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Daniela Santanché, dimessasi oggi, era ministro del Turismo dal 22 ottobre 2022

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Daniela Santanché, dimessasi oggi, era ministro del Turismo dal 22 ottobre 2022

Dimissioni Santanché: che cosa ha fatto davvero al Ministero del Turismo?

Il comparto resta piccolo e fragile, i ricavi sono distribuiti in modo palesemente squilibrato, i suoi costi sono sopportati da residenti in fuga dai centri storici e la retorica continua a prevalere sulle strategie e i progetti   

Tanto tuonò che piovve. Lasciamo che le vicende giudiziarie e il riemergere del concetto di opportunità politica si dipanino sulle scrivanie dei tecnici. Lasciamo, ancor di più, che lo scontro ormai titanico tra finti garantisti e veri forcaioli resti acceso sui monitor di chi ancora ha voglia di subire strilli e contumelie. Noi cittadini qualsiasi ci accorgeremo dell’uscita di scena di Daniela Garnero Santanchè? [avvenuta oggi, 25 marzo, dopo giorni di pressing della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Ndr]. Se vogliamo essere più pedanti, di che cosa ci siamo (eventualmente) accorti durante i tre anni della sua attività come ministro del Turismo?

Intanto, facciamone una questione di metodo: un ministro non deve per forza essere esperto né professionista del suo campo d’azione. Il suo ruolo dovrebbe essere strategico, risultando uno snodo fra le istanze della cittadinanza a monte e la capacità strategica a valle. Un insider finisce per trovarsi inevitabilmente avviluppato in una visione di parte (se va bene) o in un conflitto d’interessi (se va male). Così, invece del necessario orientamento strategico ci si limita alla tattica, magari enfatizzando etichette a buon mercato da dare in pasto a una comunità quanto basta sciovinista.

Il turismo è un comparto delicato e possibilmente dinamico. L’Italia si ostina a considerarlo un dono di natura, che seduce gli stranieri danarosi, dà lavoro lungo tutta la penisola e nelle isole, esercita in qualche modo quel soft power che potrebbe dare una spinta alla produzione italiana (che risulta sempre più stagnante) e al commercio internazionale (flagellato dalle tariffe e dal furto di denominazioni da parte di produttori stranieri). A ben guardare, nel 2024 il turismo ha generato 10,8% del prodotto interno, calato al 6,2% nel 2025 (dati Eurostat). Spagna, Portogallo e Croazia fanno meglio di noi.

Non basta il patrimonio culturale, importante e diffuso quanto si voglia ma gestito in modo spesso approssimativo, talvolta poco o per nulla accessibile, e pensato più per il turismo di massa (che continua a «mordere-e-fuggire») che non per i viaggiatori in cerca di esperienza e condivisione dei quali si parla tanto e per i quali si fa poco o nulla. Non parliamo delle infrastrutture e dei servizi, che dovrebbero essere la prima area d’azione di un ministro. Siamo ancora alla vendita della Fontana di Trevi. Poi, se pensiamo alle spiagge (tema bollente proprio per l’interdizione sistematica che il ministero Santanchè e il resto del Governo si sono ostinati a opporre alla civilizzazione delle concessioni) restiamo appesi all’indulgenza dei bagnanti che ormai sono rassegnati.

Dopo un anno di incubazione, Santanchè ha orgogliosamente presentato la campagna «Open to meraviglia», travestendo la Venere di Botticelli in varie fogge e associandola alla pizza e altre icone dell’Italia da fumetto. Sarebbe bastato ricordare il fallimento clamoroso della campagna «Very Bello», che si sovrapponeva pomposamente a qualsiasi navigazione sul web con la pretesa di offrire una sinossi delle attività culturali in pendenza di Expo 2015, o il flop prevedibile di It’s Art, che il ministro di allora aveva battezzato «la Netflix della cultura italiana» e che replicava male quello che già RaiPlay e altri portali facevano (entrambi capolavori di Franceschini), e non si sarebbe scomodata la povera Simonetta Vespucci, degradata da modella di Botticelli a testimonial della pizza.

Una questione inevitabilmente spinosa è stata legata alle nomine, che un Governo appena insediato attiva legittimamente, scatenando le ovvie riserve di oppositori e scettici. Nel febbraio 2024 Enit ha cambiato pelle, quanto meno sul piano formale, diventando società per azioni e accogliendo Alessandra Priante alla presidenza e Ivana Jelinic e Sandro Pappalardo nel Cda. Ristrutturazione e nuovi orientamenti, come si può evincere da interviste e documenti ufficiali. A monte, il sapore amaro di un inciampo, non sorprendente, considerando lo stile e l’approccio ormai consolidati, relativo alla designazione di Jelinic come presidente del vecchio Enit (dal 2022 al 2024): azionista di imprese attive nel comparto turistico, poco incline a parlare le lingue straniere, molto incline a organizzare eventi di lancio e viaggi promozionali, con 34 milioni di spese che forse non si possono considerare veri e propri investimenti.

Conflitto di interessi e opacità, dicono gli osservatori più attenti, molta poca opportunità in un quadro nel quale spesso si confonde la responsabilità di governo con la gestione personalistica. Sull’altro nuovo consigliere, l’ex tenente colonnello Pappalardo che ha spesso concionato le masse in ebollizione, si è scritto tanto. Meloni lo ha definito «uno dei nostri migliori dirigenti», pare che facesse parte di un gruppo informale di consulenti del Ministero della Difesa. Anche qui, quanto meno trasparenza piuttosto contenuta. Adesso si parla di rilancio, ma a parte le iniziative promozionali, le fiere e gli eventi, l’infrastruttura turistica, i servizi dedicati a residenti e viaggiatori, gli stessi canali di informazione non sembrano essersi accorti di alcun cambiamento sostanziale.

Così, tra polemiche e contestazioni variegate e, si potrebbe dire, multidisciplinari, Santanchè aspetta che la sfera di cristallo del governo post referendario riveli le opzioni future. Un nuovo nome può rappresentare il sintomo di un cambio di rotta, ma tutto passa per la persistente fissazione che vede tuttora il turismo come una fonte di reddito e di prestigio, senza accorgersi che il comparto resta piccolo e fragile, i suoi flussi di ricavo sono distribuiti in modo palesemente squilibrato, i suoi costi sono sopportati da residenti in fuga dai centri storici e la retorica continua a prevalere sulla sostanza dei fatti. Aspettiamo notizie.

 

Michele Trimarchi, 25 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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