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Veduta aerea dell'installazione «Europa liberat», di Stefano Arienti, 2026

Foto Antonio Addamiano

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Veduta aerea dell'installazione «Europa liberat», di Stefano Arienti, 2026

Foto Antonio Addamiano

«Dep Art Out»: a Ceglie Messapica l’«Europa libera» di Stefano Arienti

Il progetto del gallerista milanese Antonio Addamiano porta l’arte contemporanea fra i trulli. La formula: eventi brevi, della durata di tre ore, e immersivi

 

Anna Saba Didonato

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In Valle d’Itria e nei borghi vicini (da Alberobello a Ostuni, a Ceglie Messapica) è facile imbattersi nei trulli, iconici manufatti architettonici pugliesi costruiti con la tecnica a secco, senza l’uso di malte. Facilmente riconoscibili per forma e materiali, hanno una copertura a cono realizzata con lastre di pietra. A coronamento, un pinnacolo, generalmente a forma di sfera o stella, che è elemento strutturale, decorativo e rappresenta la firma del costruttore. Circondati da ulivi secolari e pietre calcaree, che punteggiano di un biancore grigiastro le distese di terra rossa, i trulli, realizzati a partire dal XV secolo, sono stati utilizzati sia come deposito di attrezzi agricoli che come abitazioni dei contadini. Nel tempo sono stati rivalutati e recuperati, destinati a nuovi usi.

Da cinque anni, uno di questi trulli, ubicato nel territorio di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, è diventato sede espositiva di «Dep Art Out», un progetto artistico originale, ideato dal gallerista milanese Antonio Addamiano (Milano, 1979), che ha luogo durante la stagione estiva. Diciannove gli artisti coinvolti finora, chiamati ad intervenire con opere site-specific senza alcun vincolo, se non quello di non interferire con la struttura. Tra i nomi figurano personalità di rilievo tra cui Wolfram Ullrich, Nam June Paik e Wolf Vostell, Regine Schumann, Leo Vroegindeweij oltre a herman de vries, Gerold Miller, John Torreano, Alex Dorici, Jaime Poblete, Maja Marx e Valerie Krause, fino a Giuseppe Uncini, Pino Pinelli, Alberto Biasi, Annamaria Gelmi e Lucio Del Pezzo. Collaborando con la WHATIFTHEWORLD di Città del Capo, la Settantotto Gallery di Ghent, The Merchant House di Amsterdam, ARTE50 di Cureglia, la Fondazione Marconi, la Thomas Brambilla Gallery e la Galleria Rolando Anselmi.

Le opere dialogano con il paesaggio e fanno del trullo il centro gravitazionale, anche per via di una superficie espositiva fortemente caratterizzata da un punto di vista storico e strutturale. Qui l’arte contemporanea è chiamata a confrontarsi con un contesto insolito e con eventi che durano solitamente il tempo di una serata. Al massimo tre ore, ovvero la durata della batteria solare utilizzata per l’illuminazione - in linea con i ritmi naturali. Le condizioni ambientali eccezionali, l’atmosfera magica che si crea - complice il calar del sole - e i tempi di fruizione ridotti, amplificano l’intensità e il carattere immersivo dell’esperienza, già di grande qualità per la selezione degli artisti coinvolti.

Dopo Beatriz Morales (Lugano, 1979), è la volta di Stefano Arienti (Asola, 1961) con due opere, di cui una di land art, a cura di Carmelo Cipriani, inaugurata domenica 2 agosto.

«Le opere sono realizzate in materiale naturale: pietra calcarea locale, raccolta sul posto – spiega l’artista. All’esterno, lo spazio tra il trullo e il castagno è occupato da “Europa libera”, una grande sagoma dell’Europa politica realizzata con grandi pietre. All’interno del trullo, davanti all’ingresso, è allestita l’opera “Mondo libero”, composta di pietre più piccole, raggruppate, tante quanti sono gli stati che fanno parte dell’Onu, o hanno chiesto di farne parte, e i cui nomi sono riportati sulla superficie, dipinti con i colori blu e azzurro».

Due titoli che suscitano molteplici riflessioni, a partire dal concetto di confine, inteso non come limite invalicabile, ma come relazione e contatto tra popoli. Una vicinanza non solo fisica ma culturale, antropologicamente fondata, e che implica una comunanza di destini, quelli dell’umanità. Un’interconnessione di cui si fa esperienza mentre si attraversa l’«Europa libera» con il proprio corpo, rappresentazione del continente in una declinazione vernacolare, con l’uso di materiali del posto. Una dimensione locale che da una parte è invito alla corresponsabilità collettiva, dall’altra evidenzia come i rapporti di forza geopolitici siano determinanti nello stabilire la prospettiva con cui guardare il mondo. Ad Arienti è bastato porre la Puglia al centro della composizione, conferendo al trullo una posizione cardine all’interno della mappa, per dimostrare come le prospettive geografiche possano cambiare radicalmente e così anche i rapporti tra centro e periferia.

«Le due opere («Europa libera» e «Mondo libero» ndr.) si parlano fra loro e richiamano l’Unione Europea ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di tutto il mondo, spiega Arienti. Negli ultimi anni, anziché svolgere attivamente e con consapevolezza il proprio ruolo, si è ritratta. Il punto di inizio di queste opere è stato l’ascolto di un breve pezzo di Seun Kuti, figlio del più noto Fela Kuti (musicista nigeriano inventore del genere afrobeat, noto anche come attivista per i diritti umani ndr.), in cui lancia un invito ai giovani europei a liberare l’Europa: dall’estrema destra, dal fascismo, dal razzismo e dall’imperialismo».

Stefano Arienti durante la realizzazione di «Mondo libero», 2026. Foto Antonio Addamiano

Anna Saba Didonato, 04 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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