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Edward Hopper, «Automat», 1927, Des Moines (Iowa, Usa), Des Moines Art Center

© Foto Wikipedia Pubblico Dominio

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Edward Hopper, «Automat», 1927, Des Moines (Iowa, Usa), Des Moines Art Center

© Foto Wikipedia Pubblico Dominio

Dal patrimonio al profitto: il tradimento delle città d’arte

Il re seminudo • Centri urbani sempre più simili a simulacri a causa di esercizi commerciali in aumento e classi dirigenti non sempre all’altezza delle sfide 

Alberto Salvadori

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In questo periodo non è facile scrivere di arte e cultura, ma è sempre necessario, soprattutto se arte e cultura vengono utilizzate a sproposito. Da mesi Firenze è su tutti i giornali, non
solo per alcune straordinarie mostre o per il suo patrimonio culturale, universalmente riconosciuto, ma anche come simbolo di un contesto che ha perso di vista la sua identità di città
per essere sempre di più un simulacro a cinque stelle. Non è la sola, ma la scegliamo come esempio di quei luoghi alla deriva e tristi approdi per chi prende queste rotte, in parte a causa della congiuntura culturale ed economica dei tempi e in gran parte a causa di classi dirigenti non all’altezza delle sfide che si parano loro davanti e pensano perché eletti di poter tutto.

L’arte e la cultura che cosa c’entrano? C’entrano nella misura in cui una volta che i pasticci sono stati fatti vengono usate spesso come palliativo al disastro. Di frequente lo stravolgimento di intere aree in centro Unesco, quando c’è, o il cambio di destinazione d’uso di teatri, caserme o altro, è accompagnato dalla frase di rito: ci sarà una nuova piazza, avremo un teatro, un auditorium, spazi per la cittadinanza, nuovi servizi. Tradotto: realizzeremo nuovi esercizi commerciali, anche questi espressione di un mondo «corporate» dove le idee spesso stanno al palo e i bilanci trimestrali sempre in agguato. La cultura è ben altro da un sistema speculativo, da una deficienza oramai strutturale di giunte e funzionari che non hanno forza e capacità per arginare questo scempio. 

La cultura è produzione di idee, è sapersi inventare un futuro, pensare a come essere originali, agire per l’interesse comune e non di pochi. Cultura significa saper trovare risposte e fare domande adeguate al proprio tempo. Le nostre città sono piene di teatri, auditorium, spazi che potrebbero essere utilizzati in maniera intelligente, hanno bisogno soprattutto di persone che possano vivere tutto l’anno il contesto che sta loro attorno, semplicemente di cittadini residenti. Leggere le interviste ai progettisti che difendono il loro operato fa anche tenerezza. Che cosa dovrebbero dire? Invece, appaiono patetiche quelle figure istituzionali che giustificano tali scelte, che le supportano, perché sono chiaramente in affanno, senza idee, o forse con idee molto chiare. L’arte, almeno dal Novecento in poi, ha sempre dato il meglio di sé quando ha avuto spazi liberi a disposizione, quando si è potuta confrontare con il reale e non quando relegata all’interno del teatrino progettato ad hoc nel residence a cinque stelle; quando è stata in disaccordo o in contrapposizione con il potere di turno. L’arte e la cultura sono chiaramente qualcosa che trascende un ordine prestabilito o imposto da chi governa, sono espressione e rivendicazione di una radicale differenza, che è anche forma di pensiero politico, inteso non come appartenenza a qualcosa o qualcuno, ma come capacità di direzione della vita pubblica. Se piace la città resort beviamo pure lo specialty coffee che capita, ma non parliamo di cultura.

Alberto Salvadori, 15 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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