Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Ako Atikossie.

Image IN COLLABORAZIONE CON

Ako Atikossie.

Dal micro al macro, la materia in movimento di Ako Atikossie

Al Volvo Studio Milano, dal 14 ottobre al 9 gennaio, «Propulsioni» di Ako Atikossie, a cura di Rischa Paterlini in collaborazione con Viasaterna, parte dal segno meno dell’elettrone per costruire una pittura fatta di aggregazioni, vuoti e tensioni, fino ad aprire una riflessione sulle risorse strategiche e sulle trasformazioni tecnologiche

Nicoletta Biglietti

Leggi i suoi articoli

Un elettrone ha carica negativa, ma nella materia non esiste nulla di «negativo» nel senso comune del termine: la sua carica è una proprietà fisica, una delle condizioni fondamentali che determinano il comportamento della materia. È proprio quel segno, il meno, a diventare per Ako Atikossie un punto di partenza pittorico. Da alcuni anni l’artista nato in Togo e attivo tra Milano e Lomé costruisce le proprie immagini a partire da unità minime che, attraverso la ripetizione e l’accumulo, danno origine a forme sempre più complesse. Il suo «segno meno» rimanda all’elettrone, ma anche alla sottrazione, all’assenza, a ciò che ancora non ha assunto una forma. Da questa grammatica prende avvio «Propulsioni», la mostra a cura di Rischa Paterlini in collaborazione con Viasaterna, al Volvo Studio Milano dal 14 ottobre al 9 gennaio.

Questa relazione tra elemento minimo e immagine complessiva si coglie proprio nella distanza tra opera e spettatore. Da lontano le superfici possono apparire come campi di colore attraversati da nuclei, cellule, configurazioni geometriche o forme cosmiche; avvicinandosi, l’immagine si scompone in una quantità di piccoli tratti. È un’esperienza percettiva che ricorda una delle questioni più ricorrenti nella storia della pittura astratta: la distanza – sia essa fisica o concettuale – modifica ciò che vediamo. Scrivendo di Agnes Martin, il critico Nicholas Spice ricordava che, da vicino, la materialità della superficie e l'irregolarità del segno prendono il sopravvento, mentre da lontano i dettagli scompaiono e le opere si ritraggono. Nel lavoro di Atikossie questo passaggio è particolarmente evidente: la forma non è separata dai segni che la costruiscono. Anzi nasce proprio dalla loro aggregazione.

«Il segno meno (-) è per me un punto di partenza e di arrivo», ha spiegato l’artista, che quel simbolo lo moltiplica, lo sovrappone, lo espande fino a trasformarlo in «dimensione geometrica». L’elettrone diventa così un riferimento scientifico, ma anche un principio. Perché il segno più piccolo è ciò da cui l’immagine può nascere o rinascere Da qui emerge il ruolo della ripetizione. Se una singola unità rimane quasi impercettibile, è la sua moltiplicazione a costruire una forma leggibile. La pittura di Atikossie procede così per aggregazioni successive, secondo una logica nella quale il rapporto tra le parti diventa decisivo quanto le parti stesse. Le configurazioni che richiamano strutture molecolari ricorrono nel suo immaginario: elementi differenti, entrando in relazione, possono generare una configurazione nuova.

La scienza diventa quindi per Atikossie un modo per guardare la realtà e per costruire il proprio linguaggio. L’artista parla della scienza come del «riflesso del reale» e descrive il proprio lavoro come una traduzione visiva di un’«equazione invisibile». Tra i suoi riferimenti cita Max Planck, Albert Einstein, Thomas Young e Federico Faggin. Il richiamo alla fisica non si esaurisce però in una serie di immagini prese dal mondo microscopico. Interessa piuttosto il modo in cui la scienza ha modificato la nostra idea della materia, mostrando una realtà fatta di elementi, relazioni e fenomeni che non coincidono con ciò che l’occhio percepisce direttamente. È in questo punto che la ricerca dell’artista si apre a una questione più ampia: la distanza tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo esistere. L’occhio riconosce una forma compatta; avvicinandosi, scopre una molteplicità di segni. Allo stesso modo, una materia apparentemente continua può essere pensata come un insieme di elementi e interazioni. La pittura traduce questa distanza conoscitiva in un’esperienza concreta dello sguardo. 

Da qui deriva anche l’instabilità delle sue immagini. Una forma può ricordare contemporaneamente una cellula, un organismo, un pianeta o una costellazione. Perché se cambia la distanza dello spettatore e cambia la scala dell’immagine, il microscopico diventa cosmico senza che sia possibile stabilire quale delle due letture sia quella corretta. L’opera non offre quindi una scala privilegiata e costringe lo sguardo a passare continuamente dal dettaglio all’insieme.

Ako Atikossie, «Le finestre impercettibili della coscienza», 2025. Courtesy Nashira Gallery.

Nelle opere più recenti questa apertura diventa ancora più evidente. Cerchi, nuclei e linee rimangono, ma le connessioni si espandono e le composizioni sembrano meno interessate a chiudersi in una struttura stabile. Anche il supporto può perdere la regolarità del rettangolo: bordi inclinati, forme sghembe e superfici che sembrano modificare il proprio perimetro suggeriscono una pittura nella quale la forma interna e il suo supporto entrano progressivamente in rapporto. Per Atikossie, infatti, la superficie non è un contenitore neutro. È il luogo nel quale agiscono tensioni che appartengono alla stessa materia rappresentata. L’artista parla delle pieghe come di fenomeni osservabili a scale differenti, dal paesaggio al corpo, dall’aria al mare fino al DNA, e le collega alla presenza di forze contrapposte. La forma nasce proprio da questo rapporto: da una tensione che non si risolve, ma produce una configurazione.

Il tema del vuoto si inserisce nello stesso sistema. Nell’arte del Novecento il vuoto ha assunto significati diversi: dallo spazio attivo di Lucio Fontana alla dimensione percettiva e fenomenologica di artisti come Yves Klein, fino alle riflessioni sullo spazio e sull’assenza che hanno attraversato molta dell’arte astratta. In Atikossie il vuoto assume una dimensione ulteriore, legata alla possibilità di ciò che ancora non ha preso forma. «La mia pratica continua a essere profondamente guidata dall’intuizione e dall’osservazione», afferma, perché «entrambe alimentano e rafforzano il mio rapporto con il vuoto». È qui che il concetto di sottrazione torna a cambiare significato. Il meno non indica soltanto ciò che viene tolto, ma anche lo spazio che rimane quando qualcosa viene sottratto. L’assenza può diventare quindi una condizione produttiva. Nel titolo «Rebondissement du Vide», «rimbalzo del vuoto», il vuoto assume questa funzione: non il nulla, ma una dimensione attiva, capace di generare nuove relazioni.

La ricerca di Atikossie trova poi un altro livello quando dalla particella passa alla materia concreta del presente. La tecnologia contemporanea tende a presentarsi come un sistema immateriale, fatto di dati, reti e dispositivi; la sua infrastruttura dipende però da elementi fisici molto concreti: minerali, metalli, acqua, energia, territori. Ogni accelerazione tecnologica ha quindi una base materiale e, di conseguenza, una geografia. È questa consapevolezza a portare l’artista verso le materie prime strategiche, i fondali marini e i noduli polimetallici. In «Détonation des éléments stratégiques» la dimensione microscopica degli elementi incontra quella macroscopica delle economie globali. Il problema riguarda allora la materia, ma anche la sua provenienza, il suo controllo e le conseguenze del suo sfruttamento. È un passaggio che allarga la ricerca dall’osservazione dei fenomeni fisici alla realtà politica ed economica che determina il modo in cui quelle stesse materie vengono utilizzate. Dietro le forme che sembrano appartenere a un universo lontano emergono così territori molto concreti: il minerale che diventa componente tecnologica, il fondale marino trasformato in possibile riserva, la materia prima che entra nelle catene produttive globali. La scala dell’opera continua a cambiare, ma rimane costante l’idea che ogni elemento sia inserito in una rete di relazioni.

È anche attraverso questo passaggio che la dimensione africana della ricerca di Atikossie acquista un peso preciso. Il continente entra nel suo lavoro attraverso le risorse naturali, le trasformazioni economiche e le conseguenze geopolitiche legate ai processi di innovazione. La materia estratta in un territorio può alimentare tecnologie utilizzate dall’altra parte del mondo: il fenomeno locale e il sistema globale appartengono allo stesso processo. L’artista segue con attenzione questi passaggi anche attraverso la stampa internazionale, in particolare le notizie riguardanti l’Africa. La sua ricerca raccoglie così stimoli provenienti dalla scienza, dalla natura, dall’arte e dalla geopolitica. «Preferisco lasciarmi ispirare da ciò che suscita in me una riflessione, più che riconoscermi in modelli definiti», ha detto. E il titolo «Propulsioni» riassume questa idea di movimento. Una propulsione è una spinta che trasferisce energia e modifica lo stato di un corpo. Nelle opere di Atikossie il movimento non procede in linea retta: è fatto di aggregazioni, collisioni, deviazioni, espansioni. Un segno genera una forma; la forma entra in relazione con un’altra; la composizione si apre; il vuoto diventa spazio di possibilità. Dall’elettrone alla molecola, dalla materia al dispositivo tecnologico, il principio rimane quello della trasformazione.

La mostra si muove dunque tra due estremi apparentemente lontani. Da una parte l’infinitamente piccolo, l’unità minima che l’occhio non può percepire direttamente; dall’altra la scala vastissima delle risorse, dei territori e delle economie globali. In mezzo c’è la pittura, che rende visibili relazioni che normalmente appartengono a ordini diversi. Alla fine, però, rimane il dato fisico dell’opera. Il colore, la superficie, il ritmo del segno, la distanza necessaria per leggerla. La scienza non sostituisce la pittura e la pittura non pretende di sostituire la scienza. Ed è proprio nella loro distanza che il lavoro di Atikossie trova la propria tensione: utilizzare ciò che sappiamo della materia per interrogare ciò che ancora non vediamo.

 

Viasaterna ringrazia Nashira Gallery per la collaborazione

Ako Atikossie, «Objet volant» (dettaglio), 2026. Courtesy Viasaterna

Nicoletta Biglietti, 09 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Nicoletta Biglietti

Leggi i suoi articoli

Dal micro al macro, la materia in movimento di Ako Atikossie | Nicoletta Biglietti

Dal micro al macro, la materia in movimento di Ako Atikossie | Nicoletta Biglietti