Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliNel terreno ancora segnato dalla demolizione della Jungle di Calais, tra detriti e tracce di una comunità dispersa, erano rimaste alcune matite colorate. Appartenevano alla scuola del campo profughi, uno spazio educativo sorto all'interno dell'insediamento informale che aveva ospitato migliaia di persone in attesa di attraversare la Manica. Simon Butler, che aveva visitato più volte il campo, tornò sul posto dopo la sua distruzione, avvenuta nell'autunno del 2016. La scuola non esisteva più, ma quelle matite erano ancora lì. Le raccolse e le riportò a Londra. Da quel gesto, apparentemente marginale, sarebbe nato Migrate Art, un progetto che negli anni successivi avrebbe coinvolto artisti di fama internazionale, gallerie, case d'asta e organizzazioni impegnate nell'assistenza alle persone rifugiate e alle comunità marginalizzate.
L'anniversario dei dieci anni viene celebrato a Londra con «10 Years | Migrate Art», ospitata da SETAREH, al 2 di Bourdon Street, nel quartiere di Mayfair, dal 13 al 15 novembre 2026. L'iniziativa ripercorre idealmente un decennio di attività nel quale l'organizzazione dichiara di aver raccolto oltre 2,2 milioni di sterline, sostenendo circa 250.000 persone in quattro continenti attraverso la collaborazione con realtà del terzo settore. Tra queste figurano Refugee Community Kitchen, RefuAid, The Lotus Flower, The Worldwide Tribe e People's Palace Projects. Per il nuovo appuntamento i beneficiari indicati sono Breaking Barriers, Refugee Education UK, Future Frontiers, Shannon Trust e Screen Share.
La storia di Migrate Art comincia dunque da un materiale di recupero, ma soprattutto da una domanda: come trasformare una testimonianza concreta di una crisi umanitaria in una risorsa capace di produrre un aiuto tangibile? Butler, che prima di fondare l'organizzazione aveva lavorato nel sistema delle gallerie e delle collaborazioni con artisti contemporanei, scelse di coinvolgere proprio la rete professionale che conosceva. Contattò artisti chiedendo loro di utilizzare le matite recuperate a Calais per realizzare opere originali. Il materiale conservava una provenienza precisa: non era un pigmento scelto per ragioni puramente formali, ma un residuo di una storia recente, legato a un luogo e alle persone che lo avevano abitato.
Da questa intuizione prese forma «Multicolour», il primo grande progetto di Migrate Art. L'iniziativa coinvolse 30 artisti, tra i quali Anish Kapoor, Sean Scully, Rachel Whiteread e Raqib Shaw, invitati a lavorare con matite e pastelli recuperati dal campo. Le opere furono presentate a Londra e messe in circolazione attraverso una vendita benefica con il coinvolgimento di Phillips. I proventi furono destinati a Refugee Community Kitchen, organizzazione impegnata nella distribuzione di pasti alle persone rifugiate e sfollate. Il progetto contribuì a definire il metodo che avrebbe caratterizzato l'attività successiva: partire da una situazione documentata, individuare un materiale che ne conservi una traccia e affidarlo agli artisti, utilizzando poi la forza del mercato per raccogliere risorse.
La scelta delle matite aveva anche una particolare densità simbolica. Un oggetto associato all'infanzia, all'apprendimento e alla possibilità di disegnare diventava il tramite per raccontare la perdita di uno spazio educativo. La materia artistica portava con sé una provenienza che non poteva essere separata dalla sua storia. In questo passaggio, l'opera acquistava una doppia dimensione: da una parte il risultato di una ricerca individuale, dall'altra il punto di partenza di una raccolta fondi. La collaborazione con artisti affermati consentiva inoltre di raggiungere collezionisti e interlocutori del mercato che difficilmente sarebbero entrati in contatto con le organizzazioni beneficiarie attraverso i tradizionali canali di sensibilizzazione.
Anish Kapoor, «Scorched Earth», 2023.
Nel 2019 il progetto si è sviluppato con «Scorched Earth», nato da un viaggio di Butler nel Kurdistan iracheno insieme a The Lotus Flower, organizzazione che sostiene donne e bambini colpiti da conflitti e sfollamenti. In quell'occasione l'attenzione si è spostata dalle conseguenze della demolizione di un insediamento alle devastazioni ambientali e sociali provocate dagli incendi che avevano colpito vaste aree agricole. Butler raccolse cenere dai terreni bruciati e la riportò a Londra, dove venne trasformata in pigmento e distribuita agli artisti coinvolti. Anche in questo caso il materiale diventava il punto di partenza di una produzione artistica e, contemporaneamente, una testimonianza della condizione da cui proveniva.
La cenere, a differenza delle matite colorate, non rimanda immediatamente a un'attività creativa o educativa. È ciò che resta dopo la combustione, una materia residuale che porta impressa la memoria di una distruzione. Il suo ingresso nel processo artistico apre però un rapporto tra trasformazione materiale e responsabilità: l'artista interviene su una sostanza che proviene da un territorio ferito, mentre il progetto utilizza la circolazione delle opere per sostenere chi lavora con le comunità coinvolte. «Scorched Earth» amplia così il campo d'azione di Migrate Art, introducendo con maggiore evidenza la relazione tra crisi umanitarie, ambiente e perdita delle condizioni necessarie alla vita.
Nel corso degli anni il modello si è articolato attraverso collaborazioni con organizzazioni differenti e iniziative che hanno utilizzato linguaggi e materiali diversi. La rete non si limita alla produzione di opere destinate a un'asta: comprende edizioni, progetti editoriali e collaborazioni con realtà che coinvolgono direttamente persone rifugiate nei processi produttivi. È il caso di «Moral Fibres», sviluppato insieme a Love Welcomes, iniziativa che ha coinvolto artiste nella progettazione di foulard in edizione limitata, successivamente realizzati da donne rifugiate. Il progetto introduce un elemento ulteriore: il passaggio dalla raccolta fondi attraverso la vendita di opere alla costruzione di occasioni di lavoro e partecipazione. Perchè è proprio nella varietà di queste collaborazioni che si misura l'evoluzione di Migrate Art. L'organizzazione ha infatti progressivamente costruito una piattaforma capace di mettere in relazione competenze provenienti da ambiti diversi, facendo dialogare produzione artistica, raccolta fondi e attività delle organizzazioni umanitarie.Il risultato dichiarato per il decennale, oltre 2,2 milioni di sterline raccolti e circa 250.000 persone raggiunte in quattro continenti attraverso le organizzazioni partner, restituisce la dimensione dell'iniziativa. Sono numeri che vanno letti insieme alla natura dei suoi interventi: Migrate Art opera infatti attraverso una rete di collaborazioni con realtà del terzo settore, alle quali vengono destinate le risorse raccolte per sostenere progetti e attività in contesti e con obiettivi differenti.
Le cinque realtà sostenute dall'edizione 2026 delineano infatti un campo d'azione che supera l'assistenza immediata. Breaking Barriers lavora sull'accesso delle persone rifugiate al mercato del lavoro e sull'accompagnamento professionale; Refugee Education UK si occupa delle opportunità educative per bambini e giovani rifugiati; Future Frontiers promuove l'orientamento e le prospettive formative e professionali dei ragazzi provenienti da contesti svantaggiati. Shannon Trust sviluppa programmi di alfabetizzazione e lettura, in particolare negli istituti penitenziari, mentre Screen Share interviene sul divario digitale attraverso la distribuzione di dispositivi e l'accesso alla formazione informatica. Ambiti diversi, accomunati dall'attenzione alle condizioni che consentono alle persone di recuperare autonomia e possibilità di scelta. Tra le opere segnalate nell'invito per il decennale figura «Drop I» (2026) di Antony Gormley, realizzata con pigmento ricavato dalla buccia di cipolla su carta, in un formato di 19,1 × 14,1 centimetri.
A dieci anni dalla sua nascita, Migrate Art offre un caso interessante per osservare le possibilità di collaborazione tra il sistema dell'arte e il mondo della filantropia. Il progetto si serve di strumenti consolidati del mercato – il prestigio degli artisti, la rete delle gallerie, la visibilità delle mostre, le vendite e le aste – per generare risorse destinate a finalità sociali. È una strategia che non mette in discussione il funzionamento del mercato, ma ne utilizza le strutture e le relazioni per raggiungere obiettivi esterni al circuito commerciale. La sua efficacia dipende dalla capacità di mantenere trasparente il rapporto tra raccolta e destinazione dei fondi, rendere verificabili i risultati e costruire collaborazioni durature con le organizzazioni beneficiarie.
Rimane, inoltre, una questione che riguarda più ampiamente il ruolo pubblico dell'arte contemporanea. La possibilità di intervenire su temi sociali non si esaurisce nella rappresentazione di una crisi o nella sua traduzione in immagini. Nel caso di Migrate Art, il processo coinvolge la provenienza dei materiali, le scelte degli artisti, la circolazione delle opere e la destinazione delle risorse. L'intervento si sviluppa lungo una catena di relazioni nella quale la produzione culturale diventa anche un'occasione per attivare forme di sostegno. Le matite raccolte a Calais e la cenere dei terreni bruciati in Kurdistan mostrano come la storia di un materiale possa entrare nel lavoro artistico e continuare a produrre conseguenze anche dopo la realizzazione dell'opera.
Sara Shamma, «Alien: Two Heads» (dettaglio), 2019. Donato dall'artista a Migrate Art