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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoliChe cosa accade quando la pittura smette di limitarsi a rappresentare ciò che vede? È questa, in sostanza, la domanda che attraversa «Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità», dal 19 settembre al 10 gennaio 2027 a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Una mostra che, attraverso 120 dipinti, disegni e incisioni, ricostruisce una delle trasformazioni decisive della pittura europea: quella che in meno di ottant’anni conduce dall’osservazione del paesaggio alla progressiva autonomia di forma e colore. Il percorso, articolato in nove capitoli, prende le mosse dalla Scuola di Barbizon e dalla nuova attenzione per la natura osservata direttamente, lontano dalle convenzioni della pittura accademica. È un cambiamento di metodo prima ancora che di stile: il paesaggio diventa un’esperienza visiva da registrare nella sua concretezza e nella sua mutevolezza. In Italia questa sensibilità trova una declinazione originale nella pittura dei macchiaioli, con Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, dove luce e colore assumono un ruolo costruttivo. L’Impressionismo radicalizza la rottura. Claude Monet, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley e Edgar Degas non cercano più tanto una descrizione stabile del mondo quanto la restituzione di una percezione, inevitabilmente fuggevole. In Olanda, la Scuola dell’Aia sviluppa un’interpretazione più sommessa e atmosferica dello stesso rapporto con la natura. Poi, però, l’immagine comincia a emanciparsi dal suo referente. A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, i postimpressionisti mettono in discussione l’idea che il compito della pittura sia la fedeltà al dato naturale. Paul Gauguin attribuisce al colore una funzione simbolica, Vincent van Gogh lo trasforma in energia emotiva, Paul Signac ne studia invece le possibilità ottiche, mentre con Odilon Redon il visibile si apre all’immaginazione e al mondo del simbolo.
La stessa tensione attraversa il Divisionismo italiano: Giovanni Segantini, Giovanni Pellizza da Volpedo e Gaetano Previati fanno della scomposizione luminosa non soltanto una tecnica, ma uno strumento per costruire un’immagine capace di suggerire stati d’animo e visioni. Nel frattempo cambia anche il soggetto: la campagna lascia spazio alla città, emblema di una modernità fatta di velocità, industria, folla e nuovi rapporti sociali. Il Futurismo di Umberto Boccioni e Carlo Carrà ne registra l’energia, mentre il successivo ritorno all’ordine, con Mario Sironi, cerca una diversa idea di equilibrio e monumentalità. Il passaggio conclusivo porta alle soglie dell’astrazione. Pablo Picasso, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian rappresentano esiti differenti di una medesima crisi: la realtà non è più necessariamente il punto d’arrivo dell’opera, ma può diventare un punto di partenza da scomporre, semplificare o infine abbandonare. Le opere riunite in mostra provengono soprattutto dalle collezioni del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, affiancate da prestiti di importanti raccolte pubbliche e private italiane. Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte insieme al museo olandese e alle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la mostra è curata da Sandra Kisters e Vasilij Gusella. n Grazia Mazzarri
Claude Monet, «Campo di papaveri», 1881, Rotterdam, Collezione Museum Bojimans van Beuningen