Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoliLa decisione di Ali Cherri di presentare una denuncia per crimini di guerra davanti alla giustizia francese segna un netto salto di qualità: dalla rappresentazione della violenza alla sua formalizzazione giuridica. Il gesto non appartiene più soltanto al campo dell’arte, ma entra in quello del diritto internazionale, mettendo in tensione due sistemi di produzione della verità. La denuncia, depositata lo scorso 2 aprile presso l’unità francese per i crimini di guerra con il supporto della Federazione Internazionale per i Diritti Umani, riguarda il raid aereo israeliano del 26 novembre 2024 che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Noueiri, nel centro di Beirut. Nell’attacco sono morti i genitori dell’artista, Mahmoud Naim Cherri e Nadira Hayek, insieme ad altri cinque civili.
Il nodo centrale del caso è la natura dell’obiettivo colpito. Secondo indagini indipendenti, tra cui quelle di Amnesty International e del gruppo di ricerca Forensic Architecture, l’edificio non presentava un uso militare evidente. L’assenza di preavviso e l’elevato numero di vittime civili configurano, secondo queste ricostruzioni, una possibile violazione del diritto internazionale umanitario. La questione giuridica resta complessa. La legislazione francese consente di perseguire crimini internazionali in presenza di un legame con la Francia, ma i genitori di Cherri non erano cittadini francesi. La denuncia si fonda quindi anche sulla distruzione di beni riconducibili all’artista, nel tentativo di stabilire una base procedurale per l’indagine. È un passaggio tecnico che evidenzia i limiti strutturali dell’accesso alla giustizia per le vittime civili nei conflitti contemporanei.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio. Il conflitto tra Israele e Hezbollah, durato tredici mesi, ha causato oltre 4.000 morti in Libano e ha riattivato un dibattito internazionale sulla proporzionalità degli attacchi e sulla distinzione tra obiettivi militari e civili. In questo scenario, la denuncia di Cherri assume un valore che supera la dimensione individuale. L’artista stesso lo sottolinea: la risposta ricevuta da altre famiglie colpite da eventi simili indica una domanda diffusa di riconoscimento e responsabilità. Dal punto di vista del sistema dell’arte, il gesto di Cherri non è isolato ma rappresenta una radicalizzazione di pratiche già presenti. Negli ultimi anni, artisti e collettivi hanno sempre più adottato strumenti investigativi, documentari e forensi per intervenire su questioni politiche e sociali. Il lavoro di Forensic Architecture, spesso esposto in contesti museali, è un esempio di questa convergenza tra estetica e prova. Cherri compie un ulteriore passo. Non si limita a utilizzare metodologie investigative all’interno della pratica artistica, ma le mobilita in un procedimento giudiziario. L’artista diventa parte attiva di un processo che mira a produrre effetti concreti, non solo simbolici.
Altri articoli dell'autore
La retrospettiva su Klee al Jewish Museum apre senza Angelus Novus, bloccato al Israel Museum a causa della guerra. L’assenza del foglio, centrale nella lettura di Walter Benjamin, trasforma la mostra in un caso esemplare delle fragilità del sistema globale dei prestiti.
Fino al 6 settembre 2026, la Serpentine ospita la prima grande mostra pubblica di Cecily Brown nel Regno Unito dal 2005. L’artista britannica presenta nuovi dipinti, insieme a opere chiave, monotipi e disegni recenti, in un dialogo tra astrazione e figurazione ispirato ai Kensington Gardens
Dall'11 aprile al 31 maggio 2026, la galleria presenta una mostra collettiva che mette a confronto due generazioni artistiche. L’esposizione include una selezione di opere di Marion Baruch prodotte negli ultimi quindici anni e lavori inediti di Leonardo Meoni, concepiti come risposta alla sua pratica
Lo scultore ceco mette in scena opere grottesche e surreali che sfidano lo spettatore, esplorando temi di violenza, potere e tecnologia. La mostra «ARTOCALYPSA» a Venezia raccoglie tre decenni di carriera, dai lavori storici alle nuove creazioni



