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Costantino D’Orazio alla mostra «Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell'Umbria del Trecento» presso la Galleria Nazionale dell’Umbria

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Costantino D’Orazio alla mostra «Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell'Umbria del Trecento» presso la Galleria Nazionale dell’Umbria

Costantino D’Orazio: «Porteremo l’arte contemporanea sotto casa degli italiani»

Il nuovo direttore generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura delinea le priorità del mandato: rafforzare il dialogo tra patrimonio storico e produzione contemporanea, riportare lo Stato nel mercato attraverso gli acquisti in fiera, ripensare gli strumenti di sostegno agli artisti e rilanciare la legge del 2% per l’arte nelle opere pubbliche

Nicolas Ballario

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Lo storico dell’arte Costantino D’Orazio (Roma, 1979) guida la Direzione Generale Creatività Contemporanea (Dgcc) del Ministero della Cultura, succedendo ad Angelo Piero Cappello. Lascia così la direzione, assunta nel 2023, della Galleria Nazionale dell’Umbria e dei Musei nazionali dell’Umbria, a cui si erano aggiunti, dal novembre 2024, gli incarichi ad interim dei Musei nazionali di Bologna e della Direzione regionale Musei dell’Emilia-Romagna. La Dgcc è una delle direzioni strategiche del MiC, chiamata a definire e coordinare le politiche pubbliche dedicate all’arte contemporanea, all’architettura, alla fotografia, alla videoarte, al design, alla moda e alle industrie culturali e creative.

 

Direttore, come sta?
È la prima volta nella vita che non avverto la sindrome dell’impostore. Mi sento abbastanza attrezzato per quello che inizio a fare.

Che cosa serve, oltre alla preparazione?
Una certa dose di coraggio, che penso di avere.

Guardando a tutta la sua carriera, c’è stata una decisione particolarmente difficile che ha dovuto prendere?
Più che difficile, determinante. Prima di vincere il concorso alla Sovrintendenza Capitolina, nel 2010 avevo partecipato a diverse call per dirigere istituzioni come la Galleria Civica di Trento, Bologna e il Madre di Napoli. Arrivavo avanti nelle selezioni, ma non vincevo. Così decisi di tentare un’altra strada e partecipai al «concorsone» del Comune di Roma: 20 posti da storico dell’arte per circa 8mila candidati. Arrivai tra i primi 20. Da lì ho iniziato a occuparmi di arte contemporanea attraverso lo spazio pubblico, i fondi e le procedure amministrative: un’esperienza che mi ha portato, 15 anni dopo, a diventare direttore generale.

Come arriva l’arte nella sua vita?
Sono arrivato all’arte contemporanea attraverso il cinema. Quando ero al liceo vinsi un concorso che mi portò a frequentare la Mostra del Cinema di Venezia per tutto il periodo, con un pass che mi permetteva di vedere, per due settimane, cinque film al giorno. Quell’esperienza mi diede la possibilità di entrare nel mondo delle immagini con uno sguardo un po’ più profondo rispetto a quanto avessi fatto fino a quel momento. Poi, lentamente, all’università, dal cinema e attraverso la filologia classica sono passato all’arte contemporanea. La mia tesi riguardava il momento in cui la fotografia, da documento, diventa opera d’arte. 

A tal proposito, crede che la fotografia oggi sia ancora un po’ relegata nelle seconde file del mondo dell’arte contemporanea?
No. Credo che la fotografia sia uno strumento fondamentale per avvicinare allo sguardo e alla visione del contemporaneo un pubblico che potrebbe avere maggiori difficoltà, o più sospetti, di fronte a certe manifestazioni dell’arte contemporanea. 

A volte, però, si ghettizza o viene ghettizzata.
In realtà il fatto che siano nati e continuino a nascere musei che si occupano soltanto di fotografia, come il Munaf (ex MuFoCo, Ndr) di Cinisello Balsamo che è parte della famiglia del Ministero della Cultura, dimostra come la fotografia abbia quasi superato certe altre manifestazioni del contemporaneo. 

C’è ancora una certa diffidenza da parte del grande pubblico verso il contemporaneo.
C’è bisogno di mediazione, di dare alle persone gli strumenti per entrare in contatto con l’alfabeto dell’arte contemporanea. Per questo, con il ministro Giuli, stiamo mettendo a punto un progetto da sottoporre al ministro Valditara per introdurre il contemporaneo fin dai primi anni della scuola secondaria. Secondo me dovrebbe essere affrontato da subito, insieme alla Storia dell’arte. 

La sua Direzione tiene insieme arte contemporanea, moda, design, fotografia e architettura. Tra questi suoi cinque «figli» ce n’è qualcuno che ha più bisogno di attenzione degli altri?
Penso proprio ai due che vengono percepiti come i più forti: moda e design. Paradossalmente l’arte e, come dicevamo la fotografia, hanno molti luoghi, che certo vanno messi a sistema, ma design e moda da questo punto di vista sono più deboli. 

E l’architettura? 
Il problema è che manca una vera cultura dell’architettura. Al grande pubblico arriva soprattutto quella iconica, immediatamente riconoscibile: pensiamo al Bosco Verticale di Stefano Boeri, che mescolando edificio e paesaggio ha creato un’immagine diventata celebre. Ma questo non significa che esista un alfabeto diffuso dell’architettura contemporanea.

Tra le sue linee guida, quale sarà la più marcata?
C’è una parola d’ordine che io e il professor Massimo Osanna (direttore del Dipartimento per le Attività culturali, il Diac, una delle quattro strutture di vertice del MiC, Ndr) ci siamo dati: disseminare l’arte contemporanea, farla incontrare alle persone il più possibile, sostanzialmente sotto casa. La maggior parte dei nostri luoghi della cultura custodisce l’antico: dobbiamo far convivere sempre di più antico e contemporaneo, mantenendo altissima la qualità delle operazioni. Siamo in pole position nella Formula 1 dell’arte antica. Dobbiamo creare un’osmosi con il contemporaneo e mostrare che gli artisti italiani di oggi sono figli di quella tradizione. Al Metropolitan Museum di New York si passa senza soluzione di continuità dagli Etruschi agli artisti americani contemporanei, mentre gli italiani e gli europei nella sezione contemporanea sono pochissimi. Lo Stato deve fare la stessa cosa: sfruttare il formidabile palcoscenico dell’antico per rendere visibile e sostenere il nostro contemporaneo, in modo strategico e sistematico.

D’Orazio presenta l’opera di Modigliani «Nu couché», 1917-1918, durante la mostra «Un capolavoro a Perugia» nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Foto Marco Giugliarelli

Un disegno bellissimo, ma qui il vero problema, o almeno uno dei più grossi, è il mercato. Le gallerie soffrono, e come Paese contiamo poco o nulla. 
Ho alcuni strumenti per dialogare con il mercato. Uno è la partecipazione alle fiere, non soltanto con il nostro stand, ma facendo quello che avviene anche altrove nel mondo: dotare i musei nazionali di un plafond per acquistare opere dalle gallerie durante le fiere ed è quello che cercherò di fare. Dove sarà possibile, vorrei che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea di Roma, il MaXXI e altre realtà che stiamo valutando potessero andare alle fiere con fondi destinati agli acquisti. Perché, oltre alla possibilità di arricchire il patrimonio pubblico, credo che questo possa essere un segnale importantissimo per i collezionisti. Se lo Stato è il primo a fidarsi del mercato e di ciò che le fiere propongono, forse si può contribuire a dare nuovo slancio agli acquisti. Certo, io non posso sostituirmi al mercato. Ma possiamo fare quello che lo Stato ha sempre fatto in passato, con Biennale e Quadriennale per esempio. 

Qual è la prima cosa delle procedure a cui vorrebbe mettere mano?
I bandi. Pensi, per esempio, a Strategia Fotografia o all’Italian Council. Sono strumenti ormai quasi tradizionali, ma secondo me vanno valorizzati molto di più, soprattutto perché contribuiscono a creare il sistema. Sono strumenti eccezionali, capaci di valorizzare idee meravigliose che arrivano dagli operatori e dalle persone. A mio parere sono stati portati avanti con grande efficienza, ma senza una vera e propria strategia. Credo sia arrivato il momento di costruirla.

C’è il rischio che siano un po’ troppo dei contributi a pioggia?
Direi piuttosto contributi molto capillari, legati a progetti di qualità, ma che dopo un anno rischiano di essere dimenticati. Bisognerebbe invece riuscire a sedimentare, anno dopo anno, i progetti che sono stati finanziati.

Come funziona l’ArtBonus?
Molto bene, soprattutto a livello locale, ed è forse per questo che non ce ne accorgiamo così tanto. Da direttore regionale in Umbria ne ho fatto molto uso, per esempio per le mostre, per i cataloghi e per gli scavi archeologici. A livello locale si può lavorare moltissimo su questo. Adesso, naturalmente, sono chiamato a ragionarci su scala nazionale. Ma le dico di più: il mio vero pallino è la legge che prevede che chi realizza opere pubbliche destini una quota del budget, il 2%, alla realizzazione di opere d’arte.

È una legge poco applicata, però.
Poco applicata, è vero. E, dove viene attuata, a volte lo è anche in maniera, diciamo, discutibile. Ci sto già lavorando.

Lei è un alto dirigente dello Stato, ma anche un personaggio pubblico: ha fatto televisione, radio, ha calcato molti palchi. C’è qualcosa del Costantino D’Orazio personaggio pubblico che il direttore generale dovrà tenere a bada? 
In televisione e in radio c’è sempre la mia faccia, sono io che parlo. Qui invece devo valorizzare le competenze che ho intorno, senza necessariamente firmare tutto, limitando la tendenza al protagonismo. Del me televisivo, però, voglio conservare la capacità di parlare a tutti, sviluppando un linguaggio capace di avvicinare il pubblico più ampio possibile. Non possiamo limitarci a fare manutenzione, seppure di qualità, della cultura. 

A proposito di media, lei è arrivato alla Direzione generale appena dopo la bufera intorno alla Biennale di Venezia, finita al centro del dibattito politico. Cosa pensa di quello che è successo? 
Condivido molto l’atteggiamento del ministro Giuli, che ha preso una posizione netta ma ha scelto di non entrare nell’agone diplomatico. E senza far mancare la sua vicinanza alla Biennale, agli artisti e a chi ci ha lavorato. Non è andato all’inaugurazione, ma l’ha visitata poco dopo. 

Che rapporto ha con Buttafuoco?
Avevo un rapporto molto sereno e continua a esserlo. Continueremo senza dubbio ad avere una relazione strettissima con la Biennale.

In quanti lavorano nella sua Direzione generale?
Ho 75 funzionari dotati di grandissime professionalità e questo mi dà molta serenità, perché so che anche idee nuove e progetti inesplorati potranno essere messi a terra molto bene da questi professionisti.

Non può andare tutto bene.
Certo. Ma diciamo che sono da cambiare certe procedure, non le persone.

Nicolas Ballario, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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