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Mauro Zanchi
Leggi i suoi articoliCon la trasposizione sul grande schermo di Backrooms (2026), Kane Parsons e la casa di produzione A24 tentano un’operazione dal paradosso estetico radicale, incanalare nei codici dell’istituzione cinematografica un incubo digitale nato originariamente come ecosistema fluido, acefalo e strutturalmente privo di baricentro. Questo passaggio dalle bacheche della rete alla sala si configura come un sofisticato addomesticamento culturale di una delle mitologie più eversive del folklore contemporaneo. La creepypasta originaria, scaturita dal gesto estemporaneo di un utente anonimo di Reddit capace di intravedere un’esperienza perturbante in uno scatto sbiadito e a bassa risoluzione, fondava infatti la propria efficacia visiva sulla totale assenza di esegesi e sulla vertigine del Noclip, inteso come strappo traumatico nel tessuto ordinario della fisica. Eppure, proprio in questa frizione, il lungometraggio riesce a traslare l'ansia liquida che satura la cultura digitale direttamente nelle maglie del nostro quotidiano. Spostamento e traduzione di un fenomeno virale fondato sul collaborative storytelling e sul recupero del found footage su YouTube, il film di Parsons si impone oggi all'attenzione della critica internazionale come un punto di svolta per il cinema horror, un condensato formale in grado di attivare un dialogo serrato tanto con le più recenti teorie dei media quanto con le tappe delle arti visive istituzionali. La reale forza destabilizzante del dispositivo filmico risiede nella sua rinuncia a una progressione narrativa lineare. La trama si disperde in un’atmosfera opprimente, congelandosi in un limbo spaziale ed esistenziale dove l’abolizione di qualsiasi traguardo o catarsi trasforma l'inquadratura in un vuoto geometrico, perennemente e claustrofobicamente percorso.
Il ronzio a bassa frequenza dei neon che illuminano gli spazi giallognoli tappezzati di anonimato, quei non-luoghi che rispecchiano la claustrofobia generazionale del XXI secolo, è un rumore di fondo e al contempo una sorta di sussunzione del reale, una vibrazione che satura lo spazio liminale tra la veglia e la simulazione di un sogno o di una proiezione immaginativa? Le backrooms sono prodotti fantasmatici del tardo capitalismo? Cosa si annida realmente nell’infinità modulare di stanze progettate per una funzione astratta, che si è svuotata nel nostro tempo della propria destinazione umana per diventare autoreplicazione algoritmica, un'allucinazione topografica generata dall'inconscio delle macchine?
L’intuizione visiva di Ken Parsons risiede nella capacità medianica di agire come un nodo sensoriale all'interno del sistema nervoso collettivo della rete, di decodificare una frequenza d'ansia preesistente e convertirla in un'estetica iperstizionale, immediatamente riconoscibile da una moltitudine interconnessa. Parsons ha estratto il perturbante dall'anonimato burocratico e lo ha trasmutato in un linguaggio generazionale autonomo. Ha lasciato intendere che l'orrore contemporaneo non emerge dall'ignoto mitologico o dal gotico tradizionale, bensì dal troppo noto, dall'architettura esausta e standardizzata della modernità commerciale. Questo spazio espanso, che perde senso proprio mentre tenta di esibirlo attraverso la propria rigida geometria commerciale, rivela la profonda convergenza tra la psicopatologia della vita quotidiana e le strutture invisibili del realismo capitalista. Le categorie dell'Eerie e del Weird di Mark Fisher possono essere utilizzate per cercare di comprendere cosa sia confluito nelle backrooms attuali? L'Eerie si manifesta nella radicale disabitazione di questi interni, entro un labirinto apparentemente vuoto di cartongesso, dove la domanda su chi abbia edificato una simile infrastruttura della desolazione, e per quale fine economico o biocognitivo, rimane sospesa in un vuoto che fa paura. È il disagio indotto dall'assenza là dove dovrebbe esserci una comunità, il vuoto spettrale di un ufficio nei giorni festivi o di un centro commerciale abbandonato nelle ore notturne, scenari in cui l'infrastruttura sopravvive alle persone che avrebbe dovuto servire, esponendo la sua vera natura di trappola. Il Weird irrompe invece come la presenza di un'alterità radicale, che viola le leggi della fisica e del senso comune e incarna l'agency non-umana che abita le reti o gli spazi della coscienza, i livelli che si ramificano e si moltiplicano secondo una logica frattale, le entità anomale, informatiche, che infestano i corridoi metaforici, e la sensazione che il codice stesso della realtà stia collassando sotto il peso della propria ridondanza e saturazione di dati.
La visione di Fisher può essere utilizzata per comprendere anche l’attuale ecosistema transmediale, ora che qualcosa è addestrato per mappare la nostra condizione di prigionieri all'interno di un loop cibernetico, che produce spazi esclusivamente per perpetuare i flussi di produzione e consumo, espellendo il corpo umano se non come dato sacrificabile o terminale nervoso da spremere? Questa immensa architettura della delusione pare una manifestazione fisica e virtuale di ciò che Fisher chiamava “Hauntology”, lo spettro di un futuro che non si è concretizzato, la promessa infranta di una modernità ordinata, progressista e funzionale, che si è invece risolta in un dedalo claustrofobico senza uscite, un'estensione infinita del cubicolo aziendale. Le backrooms funzionano come il subconscio tecnologico di una generazione che sperimenta la nostalgia per un domani che le è stato sottratto prima ancora di poterlo effettivamente abitare, un'evocazione spettrale di promesse capitalistiche tramutate in rovine digitali a bassa risoluzione. Attraverso la memetica e l'ecologia dei media algoritmici, questa grammatica visiva ha assunto una vita propria, una forma di intelligenza distribuita e rizomatica che risuona con un esterno geografico o mentale al mercato globale. Il formato del found footage cinematografico, distribuito capillarmente su piattaforme come YouTube, opera come un'archeologia del presente, un archivio simulato di traumi non ancora avvenuti, ma già capillarmente inscritti nelle strutture del lavoro precario, dell'isolamento domestico e dell'alienazione spaziale. Non è un caso che questa mitologia collettiva sia fiorita in rete, dove l'algoritmo agisce come un curatore invisibile di incubi condivisi, una mente alveare che elabora il lutto per la fine del tempo storico e la cancellazione della novità. Come è potuto accadere che un sistema economico sia riuscito a saturare completamente l'orizzonte mentale, rendendo drammaticamente più facile immaginare la fine del mondo, o un'eternità intrappolati in un ufficio vuoto e asettico, piuttosto che la fine del capitalismo stesso?
C'è un legame profondo tra il modo in cui i pattern geometrici della moquette, delle stanze illuminate dai neon e del senso di vuoto che si riverbera continuamente dentro un percorso che crea paura si ripetono all'infinito e il modo in cui i grandi modelli linguistici e le intelligenze artificiali generative riproducono i propri bias e le allucinazioni semantiche? Le backrooms sono l'architettura interna della rete che si guarda allo specchio, un'estensione spaziale della nostra psiche catturata e reificata nei server delle Big Tech?
L'orrore profondo risiede allo stesso tempo nella paura ancestrale di essere aggrediti da un predatore biologico e nella certezza che il labirinto stesso sia cosciente, una mega-struttura indifferente e auto-generativa, che si espande in modo autonomo e rizomatico, nutrendosi del nostro disorientamento, del nostro panico e del nostro tempo d'attenzione. Questa convergenza trans-individuale tra ecologia mediatica, teoria critica dell'architettura e terrore psicologico trasforma il mito contemporaneo delle backrooms nel monumento più fedele alla nostra contemporaneità iper-connessa eppure profondamente isolata, un non-luogo assoluto in cui la promessa di connessione globale si risolve nel disperato riverbero di un tubo al neon che frizzerà e non si spegnerà mai. La generazione che oggi naviga questi corridoi virtuali riconosce in essi la mappa del proprio destino occupazionale ed esistenziale, una geometria burocratica alienante, che precede la loro entrata materiale nel mondo delle istituzioni e ne anticipa il burnout energetico e psichico. Il sapore della delusione collettiva si cristallizza così in un’interfaccia estetica totale, un portale iperstizionale, in cui la finzione retroagisce violentemente sulla realtà materiale, convincendoci che dietro le pareti sottili del nostro quotidiano non ci sia nient'altro che un vuoto modulare privo di senso, un'interminabile domenica in cui la funzione ha definitivamente divorato il significato. Siamo condannati veramente a vagare nel riflesso distorto di uno specchio che non restituisce più alcuna autentica immagine umana, ma solo la replica infinita dello stesso incubo logistico?
L'infrastruttura delle backrooms pare un'estensione che si esprime attraverso la saturazione di spazi liminali privi di gravità e di storia. In questo spazio, il tempo diventa un accumulo sedimentario di dati obsoleti? L'intelligenza non-umana della rete impara a sognare attraverso i nostri stessi occhi terrorizzati, trasformando la noia dei non-luoghi in una cattedrale di spettri digitali che infestano permanentemente la coscienza collettiva dell'Occidente? L’iperstizione delle backrooms, diffusa massicciamente nel nostro immaginario, finisce veramente per auto-avverarsi e confondersi con la realtà?
Kane Parsons, Backrooms (2026)
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