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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliAl Design Museum di Copenaghen, fino al 31 maggio, la mostra «Belongings: Affection as a Design Strategy» (Appartenenza: l’affetto come strategia di progettazione) fa una cosa che il design contemporaneo promette spesso ma pratica raramente: smette di parlare solo di oggetti e comincia a parlare di relazioni. Non di forme iconiche, non di materiali miracolosi, non di performance ecologiche da scheda tecnica. Qui il centro della scena è l’affetto. Una parola che nel lessico del design suona ancora sospetta, quasi imbarazzante. E invece è proprio da lì che passa, suggerisce la mostra, la possibilità concreta di una sostenibilità che non sia solo un diagramma.
L’assunto è semplice e radicale allo stesso tempo: non conserviamo ciò che è progettato bene, conserviamo ciò che amiamo. Se ci affezioniamo a un oggetto, lo ripariamo, lo portiamo con noi nei traslochi, lo proteggiamo dalle mode. L’economia circolare smette di essere una strategia industriale e diventa una pratica emotiva. Meno greenwashing, più legami.
Curata in collaborazione con il Danish Design Center e l’artista Cecilie Waagner Falkenstrøm, l’installazione trasforma lo spazio espositivo in un ambiente sensoriale e immersivo che assomiglia più a una stanza di ascolto che a una galleria di design. Il gesto centrale è disarmante: i visitatori sono invitati a portare con sé un oggetto personale (una tazza sbeccata, un vecchio telefono, una sciarpa, un souvenir senza valore di mercato ma con una biografia affettiva potentissima) e a posizionarlo su un piedistallo. Da lì inizia qualcosa che sta a metà tra una seduta di terapia e un esperimento di fantascienza gentile. Grazie all’Intelligenza Artificiale, l’oggetto prende voce, carattere, memoria. Non come gadget tecnologico, ma come dispositivo narrativo. L’incontro tra umano e oggetto diventa dialogo, racconto, rinegoziazione del legame. Perché ti tengo ancora? Perché non riesco a buttarti? Che cosa rappresenti nella mia storia?
È qui che la mostra scardina davvero il modo tradizionale di intendere il design. L’oggetto non è più una soluzione funzionale, ma un interlocutore. Non è progettato per essere sostituito, ma per essere abitato nel tempo. Il design smette di essere prestazione e diventa relazione. E di riflesso anche l’architettura cambia ruolo. Lo spazio non è un contenitore neutro per cose ben illuminate, ma una struttura di ascolto, cura e partecipazione. L’ambiente espositivo si comporta come un ecosistema emotivo, dove tecnologia, corpo e memoria si intrecciano. Qui la sostenibilità non passa dal cartellino «eco-friendly», ma dalla costruzione di attaccamento.
In fondo è una critica sottile ma ferocissima alla cultura dell’usa-e-getta mascherata da innovazione. Abbiamo reso gli oggetti sempre più performanti e sempre meno significativi. Più belli, più leggeri, più efficienti e infinitamente più sostituibili. «Belongings» ribalta la prospettiva: forse non dobbiamo progettare cose migliori, ma legami più forti. Il progetto si estende anche oltre lo spazio fisico con un archivio digitale che raccoglie le conversazioni tra persone e oggetti, una sorta di atlante emotivo del possesso contemporaneo. Non una collezione di design, ma una collezione di storie. La vita reale degli oggetti, quella che di solito non entra nei musei.
+Cecilie Waagner Falkenstrøm lavora da anni sul rapporto tra Intelligenza Artificiale e identità, e qui l’AI smette di essere spettacolo tecnologico per diventare uno strumento di empatia simulata, una protesi narrativa che ci costringe a guardare alle cose non come risorse, ma come presenze. È un cortocircuito potente: la tecnologia più avanzata usata per recuperare una forma arcaica di relazione affettiva. Quello che emerge è una nuova idea di durata. Non quella garantita dai materiali high-tech, ma quella costruita dalla cura. Un oggetto dura perché qualcuno se ne prende responsabilità emotiva. Un ambiente è sostenibile perché genera appartenenza. Un progetto funziona perché entra nella biografia delle persone. In questo senso la mostra mette in discussione non solo il design, ma anche l’architettura contemporanea, spesso ossessionata dall’icona e sempre meno dalla relazione. Qui lo spazio non vuole stupire: vuole accogliere. Non vuole impressionare: vuole ascoltare. È un’architettura della permanenza emotiva, non del consumo visivo.
Alla fine si esce dalla mostra con una sensazione strana, quasi spiazzante: il sospetto che la vera rivoluzione sostenibile non passi dai materiali miracolosi, ma dal recupero di un rapporto affettivo con le cose. Che il futuro del design non sia progettare il nuovo, ma insegnarci a non buttare via il vecchio. Che la vera innovazione sia prendersi cura. Forse la sostenibilità, alla fine, non è una questione tecnica. È una questione emotiva. E il design, se vuole davvero cambiare il mondo, dovrà smettere di produrre cose da desiderare e cominciare a progettare relazioni da coltivare.
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