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Alcune immagini d’archivio della rivista abruzzese «Segno»

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Alcune immagini d’archivio della rivista abruzzese «Segno»

Cinquant’anni nel «Segno» dell’arte contemporanea celebrati al MaXXI

A tre anni dall’acquisizione dell’archivio della rivista abruzzese, il museo romano dedica un allestimento nel Foyer Carlo Scarpa per ripercorrere l’attività avviata a Pescara nel 1976 da Umberto Sala e Lucia Spadano

Cecilia Paccagnella

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Per «Segno» il 2026 rappresenta un traguardo importante: cinquant’anni di attività, di cui uno anche in edizione spagnola. Fondata a Pescara nel 1976 da Umberto Sala e Lucia Spadano, la rivista abruzzese con cadenza bimestrale è tra le pubblicazioni specialistiche più longeve del nostro Paese. Anche se il primo numero uscì nel mese di novembre, l’anniversario sarà celebrato dal 2 aprile al 18 ottobre a Roma, più precisamente al MaXXI-Museo nazionale delle arti del XXI secolo, il cui Centro Archi Arte nel 2023 ne ha acquisito l’archivio: documenti, fotografie, appunti, materiali editoriali e lettere che, numero dopo numero (più di 300), hanno contribuito a raccontare le diverse sfaccettature del mondo dell’arte contemporanea.

Nel Foyer Carlo Scarpa è allestita «L’archivio della rivista segno. Attualità internazionali di arte contemporanea, 1976-2026», a cura di Paolo Balmas, un’occasione per rileggere criticamente cinque decenni trascorsi a contatto con giovani emergenti e artisti affermati, galleristi e protagonisti del settore nazionale e internazionale, tra fiere, mostre, focus, libri. La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli con un’intervista a Umberto, la principale memoria storica della rivista, memoria che fino al 2024 condivideva con la moglie Lucia. Questa occasione, come ci racconta il figlio Roberto, oggi direttore editoriale di «Segno», è dedicata a lei, che negli anni ha vestito anche i panni di curatrice: «Continuo a incontrare persone che la ricordano con affetto e stima (penso a Tommaso Binga, Nicole Gravier, Susy Gómez, Amparo Sard, Paolo Bini…), ma non c’è mai stata un’istituzione che le abbia dato la possibilità di esprimersi pienamente in quel ruolo. Eppure ha sostenuto molti artisti, li ha accompagnati nei loro percorsi, li ha messi in contatto con gallerie e contesti importanti».

Com’è nata la rivista?
Negli anni Sessanta Umberto e Lucia vivevano a Torino, fino al 1969. Poi, nel 1970, sono tornati in Abruzzo. Prima di allora non avevano fatto esperienze dirette nel mondo dell’arte in senso stretto, però mia madre aveva già una forte inclinazione per la scrittura e iniziò a scrivere per giornali locali, soprattutto recensioni di mostre. La rivista nasce quindi dopo il ritorno in Abruzzo, in un contesto molto vivace. A Pescara c’era un ambiente culturale in fermento: gallerie e spazi indipendenti, artisti giovani, iniziative sperimentali. Nello spazio Convergenze arrivavano artisti da tutto il mondo a fare performance, incontri, lecture: elementi molto in linea con il clima internazionale degli anni Settanta. Una figura importante era Peppino D’Emilio, che intercettava artisti emergenti e li portava a Pescara. I miei genitori frequentavano queste realtà insieme ad altre figure come un grafico molto bravo, Ivano Villani, un artista locale, Franco Summa. Un ruolo fondamentale lo ha avuto anche Mario Pieroni, che aveva una galleria a Pescara ma forti legami con Roma. Fu proprio lui a metterli in contatto con Achille Bonito Oliva. E da lì si è aperto tutto un mondo. Mio padre, tra l’altro, aveva già esperienza grafica: lavorava per piccoli giornali locali e, da giovane, aveva fatto anche l’illustratore per le pagine locali del quotidiano «Il Tempo». Questo gli aveva dato un’idea molto concreta di che cosa fosse una redazione: tempi, processi, tecniche. Quando è nata la rivista, queste competenze sono state fondamentali. Da un certo punto di vista siamo stati anche innovatori, perché, per esempio, siamo stati tra i primi ad adottare macchine come le Linotype fotografiche, che sostituivano la composizione a caldo del testo. Un suggerimento di Giancarlo Politi. 

Umberto Sala, Lucia Spadano e Achille Bonito Oliva, 1979

Quindi già allora avevate dei rapporti con «Flash Art»?
Sì, certo. «Flash Art» era nata circa dieci anni prima. Con Politi ci siamo conosciuti nelle fiere. Fu proprio Bonito Oliva a dirci che, per stare in quel mondo, bisognava partecipare alle fiere. Politi, invece, ci suggerì di andare a Basilea. E sempre Bonito Oliva ci spinse ad andare a Madrid, dove partecipammo fin dalla prima edizione di Arco. Quindi, passo dopo passo, la rivista si è costruita dentro una rete di relazioni molto ampia, sia italiana sia internazionale. 

Ci racconti la mostra?
In realtà non ne so moltissimo, perché è stata curata da Paolo Balmas, il nostro vicedirettore, e hanno voluto mantenere un certo effetto sorpresa. So che ci saranno molte immagini d’archivio, stampate così come le abbiamo consegnate, oltre ad alcuni numeri originali della rivista, soprattutto per mostrare le copertine; considerando che siamo arrivati al numero 305, sarebbe impossibile esporli tutti. Alle pareti ci saranno altre documentazioni, mentre nelle teche, disposte su tavoli dalla forma circolare, come raggi curvati, saranno esposti materiali d’archivio: fax, lettere, appunti manoscritti di mia madre o di altri, forse anche schizzi. Ci sarà inoltre un video di circa 10-15 minuti, che andrà in loop, con un’intervista a Umberto e alcuni miei interventi, insieme a immagini girate da lui nel corso degli anni tra mostre, fiere, Venezia, e così via.

Si sviluppa in un’unica sala?
Sì, ed è uno spazio particolare: in realtà non è una sala chiusa, ma un luogo di passaggio, il Foyer dell’Auditorium. Da un lato c’è la parete con i testi e i video, dall’altro si affaccia sull’ingresso del MaXXI, con le rampe progettate da Zaha Hadid. È uno spazio di collegamento tra le sale espositive e l’auditorium Carlo Scarpa. Lì ho già visto altre mostre d’archivio: quella di Mario Pieroni e quella dell’archivio Catalano. È uno spazio che il museo utilizza proprio per questo tipo di esposizioni. 

Dopo la mostra, l’archivio resterà quindi al MaXXI.
Sì. Questa esposizione celebra l’acquisizione dell’archivio, ma poi tutto verrà conservato e reso consultabile. Una cosa molto importante è che il MaXXI ha digitalizzato tutti i numeri della rivista: sono sfogliabili e indicizzati. Questo significa che, cercando un nome, si possono trovare tutte le occorrenze nei numeri pubblicati. Inoltre, ogni nuovo numero viene inviato anche in formato Pdf e inserito nel database. Il museo possiede anche la collezione cartacea completa, conservata nella biblioteca.

Ci sarà anche un programma di incontri?
Sì, durante il mese sono previsti tre incontri con autori legati alla rivista: un autore storico, uno giovane e una figura esterna. L’idea è creare un dialogo sul mondo editoriale e sul ruolo della rivista da prospettive diverse.

La copertina del primo numero della rivista «Segno»

Cecilia Paccagnella, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Cinquant’anni nel «Segno» dell’arte contemporanea celebrati al MaXXI | Cecilia Paccagnella

Cinquant’anni nel «Segno» dell’arte contemporanea celebrati al MaXXI | Cecilia Paccagnella