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Matteo Gardonio
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Alessandro Pomi, «Cenacolo», 1931
Non Hopper, ma Pomi
Presi dal grande successo di Edward Hopper, abbiamo rimosso una serie di pittori realisti del Novecento, anche italiani, capaci di rivaleggiare alla pari con quella pittura americana fatta di narrazioni sospese. Forse il più sottovalutato a tal proposito è il veneto Alessandro Pomi, mestrino classe 1890 il quale, nel 1912, espose alla Biennale di Venezia e, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, conquistò gli Stati Uniti. Grazie a un gallerista americano, iniziò a esporre a Pittsburgh, Saint Louis, Baltimora, Toledo e San Francisco.
La sua vena lirica trovò in quel clima artistico un naturale sbocco, tanto che Pomi diede alle esposizioni americane un capolavoro dietro l'altro. Tutti pervasi da silenzio, ma ricchi di figure solide, come un Grande Gatsby permeato da malinconia più che da glitter. Evidenti le ascendenze nordiche di un Hammershoi assimilato alle biennali, ma con quel senso di swing in lui piuttosto evidente, forse dovuto anche a una Venezia all'epoca al centro di feste ed eccessi. Tele di grande formato dal taglio fortemente orizzontale, dense di silenzio e attesa.
Colpisce poi la sua evoluzione, quando, a partire dal 1945, probabilmente molto segnato dagli eventi bellici, decise di intraprendere un'intensa attività sacra, affrescando numerose chiese dell'entroterra veneto. Gli Stati Uniti erano ormai un lontano ricordo ma lo stile rimaneva unico e non assimilabile ai colleghi lagunari. Solo recentemente riscoperto, siamo sicuri che per Pomi potrà esserci anche un riscatto sul mercato, dato che oggi si può ancora acquistare a cifre molto abbordabili.
Severino Tremator, «Ammirando le vette», 1922
Un pastellista affondato nell'Oceano
Davvero sconvolgente la parabola esistenziale di Severino Tremator, nato a Torremaggiore, piccolo centro del foggiano, il 23 maggio 1895. Arrivato presto a Napoli, si iscrisse all'accademia e fu assistente del celebre scultore Vincenzo Gemito. Il suo destino è strettamente intrecciato ai conflitti dell'epoca. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, infatti, venne arruolato come ufficiale degli Alpini; in questa veste, peraltro condiviso con importanti colleghi – da Sartorio a Brass – egli sviluppò la sua arte nelle trincee, soprattutto il pastello, tecnica per la quale fu senza dubbio una delle voci più significative del primo Novecento italiano.
Partecipa alle battaglie, viene ferito e pure fatto prigioniero. Alla fine delle ostilità, rientra a Genova, dove diviene illustratore per la rivista Superba e inizia a collaborare con diverse testate straniere, tra le quali The Bystander, The Tatle e Illustrierte Familie. Espone quindi in molteplici collettive internazionali: Edimburgo, Londra, Venezia, Roma nel 1919. Le sue qualità vennero apprezzate soprattutto oltre Manica e decise, quindi, di partire per Londra con l'idea di rimanerci una decina di giorni, ma vi rimase sino alla sua tragica fine.
Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Tremator, probabilmente memore di quanto vissuto durante il primo conflitto, decise di rendersi irreperibile tentando la fuga. Tuttavia, il piano non funzionò e venne quindi catturato e fatto prigioniero, destinato a un campo di concentramento in Canada. La nave che lo trasportava era L'Arandora Star. Il 2 luglio 1940, al largo della costa nord-ovest dell'Irlanda, fu colpita da un siluro lanciato dall'U-Boot U-47. L'equipaggio dell'U-Boot dichiarò in seguito di essere stato tratto in inganno dalla livrea grigia che faceva sembrare la nave da crociera un mercantile provvisto di armi in dotazione alla marina britannica. L'Arandora Star, senza più potenza motrice, affondò in trentacinque minuti. Persero la vita più di ottocento persone, oltre 400 delle quali italiani; uno di questi era lui.
Un pastellista capace di opere maiuscole, oggi facilmente rintracciabili, a cifre pressoché ridicole.
Olinto Ghilardi, «India», 1904
Da Livorno a Calcutta, e ritorno
Arrivato in India nel 1884, Olinto Ghilardi aveva all'epoca 36 anni; presso i registri della Calcutta School of Art egli è presente in qualità di cavaliere e professore – oltre che di console generale italiano in India – sino al 1905. Al suo rientro a Livorno, divenne uno dei frequentatori del Caffé Bardi, dov'era molto amato dai labronici, che evidentemente ne apprezzarono la sua nota esotica. Molto interessante; oggi è un nome scomparso, sia in Italia sia in India.
Purtroppo, in questa damnatio memoriae, le sue opere oggi sul mercato passano come di un tale O. Ghilardi e solitamente con generici soggetti orientalisti: peccato che quell'oriente sia l'India, e dunque un documento della natura indiana a inizio Novecento davvero sorprendente.
Analizzando le poche opere attualmente emerse da collezioni private, possiamo arguire che Ghilardi inaspettatamente mescolò il suo bagaglio toscano prettamente disegnativo a un'atmosfera mistica e sognante tipica di quelle terre, non disdegnando il racconto delle usanze dei luoghi, con tanto di costumi. Non dissimile da quello che avevano fatto i pittori italiani in Turchia, come De Mango o Zonaro, Ghilardi si inserì molto bene nel contesto indiano, tanto che altri artisti giungono a Calcutta su sua indicazione (forse il più noto è lo scultore Ermenegildo Bois) o, viceversa, indiani si spingono a Roma.
Il rientro a Livorno, tuttavia, non recise la sua grande stagione indiana, tanto che vengono elencati diversi lavori anche nel novecento inoltrato, con soggetti inequivocabili: Paesaggio orientalista del 1915, Scena orientalista del 1926 e così via. Si spense nel 1930 amato dai suoi concittadini pittori, ma totalmente dimenticato dalla storia dell'arte.
Se, dunque, vi imbattete in opere di O. Ghilardi con soggetti orientalisti – naturalmente al limite del regalo in fatto di valutazione – forse è il caso di guardarli con la dovuta attenzione.