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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliAndrea Bruciati, storico dell’arte, nella sua lunga esperienza ha guidato come «servitore dello Stato», a Tivoli, due luoghi monumentali come Villa Adriana e Villa d’Este. Ora, nella sua Corinaldo, terra marchigiana situata fuori dai classici percorsi turistici di massa, ha curato la mostra «Mirabilia Marche: opere e capolavori, innesti e ibridazioni, fra pubblico e privato nell’età di Claudio Ridolfi», ospitata fino al prossimo 3 maggio presso la Civica Raccolta d’Arte intitolata proprio all’artista veronese che scelse la cittadina delle Marche come luogo di vita per realizzare una serie di capolavori in un secolo come il Seicento. Quaranta opere esposte provenienti dalla Civica Raccolta d’Arte di Corinaldo, dalle chiese della città e da importanti collezioni private, un laboratorio museografico importante per la regione, un caso di studio da diffondere e, se possibile, da replicare. Tra gli obiettivi, la valorizzazione del patrimonio ancora conservato nei luoghi ecclesiastici del territorio, rafforzando l’idea di una bellezza diffusa, radicata nei luoghi e nella storia della comunità secondo un modello esteso e capillare, tipico della regione.
Bruciati ha elaborato una strategia con solide basi filosofiche, una «diversa narrazione» che lui stesso spiega così: «Ci sono opere d’arte che accarezzano i nostri sensi, altre che risvegliano la nostra intelligenza, altre ancora ci offrono uno spazio per la meditazione mentre alcune agiscono come condensatori di energia, come batterie caricate di significato. Tutte quante hanno bisogno di uno spettatore per poter esistere: tutte aspettano questo transfer interpretativo, plastico, che modella le sensazioni, la coscienza e gli affetti. Tutte desiderano comunicare la loro visione, sia essa puramente estetica, ideologica o profondamente sacra». Visitare una mostra, rileva Bruciati, è «un’esperienza fenomenologica», uno «strumento cognitivo-guida per permetterci di vedere con altri occhi per un viaggio diacronico aperto ad altre esplorazioni. Accedere a uno spazio museale», quindi, «significa affinare un’attitudine ermeneutica che elude la compiutezza apparente del presente, sostituendola con un continuo rifluire del tempo e della memoria. La sequenza cronologica non si presenta più come linearità progressiva, ma si manifesta a onde, rivelando un desiderio culturale che si concretizza ora in una forma, ora in un’altra. In tale ambito, spazio e tempo perdono la loro referenzialità oggettiva per assumere valore solo in quanto elementi intrinseci di una dimensione culturale predisposta alla narrazione di un ductus identitario, che nel caso corinaldese si declina nella sedimentazione simbolica del territorio».
Senza nascondere quella «componente inevitabilmente narcisistica del collezionista, che investe emotivamente ed economicamente nella costruzione di un proprio universo prefigurato, la selezione delle opere diviene progressivamente una cristallizzazione del pensiero, un contenitore mentale che si auspica composto da elementi via via più rari e raffinati», tanto da rappresentare «una forma di scrittura per immagini, un atlante personale dello sguardo, in cui l’estetica si fa sintesi di visione e desiderio», con la collezione che nei fatti «è quasi sempre proiezione del suo ideatore, specchio del soggetto che la concepisce e, in questo senso, portatrice di un ordine simbolico: non mero inventario né accumulo, ma exemplum fidei in rebus, testimonianza che ciò che si è raccolto possiede un valore salvifico, una garanzia contro il rischio dell’oblio. L’opera d’arte si carica così di proiezioni immaginarie e valenze simboliche, diviene il nodo di un complesso sistema di rimandi e traslazioni semantiche, centro polisemico aperto a una molteplicità di significati e reinterpretazioni. Tale densità simbolica agisce, inoltre, da catalizzatore cognitivo: essa ravviva ciò che definirei una componente magica dell’esperienza estetica, nel senso di un’energia latente, sempre in potenza, capace di produrre un rinnovamento percettivo». E «in questo senso, l’opera riattiva una condizione liminale e aurorale, riportando il fruitore a un tempo circolare, primigenio, quello dell’infanzia intellettuale, del continuo principio». Il ragionamento di Bruciati permette di vedere con occhi nuovi le opere, che «non si presentano più come meri oggetti da contemplare, bensì come entità vibranti, portatrici di voce e presenza: esse non si limitano a nutrire la conoscenza, ma si radicano nell’esperienza viva, nella sopravvivenza del sentire, nella permanenza dell’essere. In questa prospettiva, l’arte non si esprime secondo la logica della parola, fissa, definitoria, bensì si avvicina alla natura della musica: essa è flusso metamorfico, canto della trasformazione, esperienza ogni volta nuova, irriducibile alla ripetizione. Con questo progetto, collezioni e museo si intrecciano in un dialogo produttivo che genera percorsi narrativi inediti. La collezione, nella sua natura eteroclita e composita, si propone come una risposta critica alla forma tradizionale e talora rigidamente autoreferenziale dell’istituzione museale, ancora spesso ancorata a un’impostazione metadiscorsiva, formalista, talvolta distaccata dalla vita e dal divenire». Tanto che ora, per Corinaldo e la sua comunità, evidenzia Bruciati, «si prospettano potenziali ricadute virtuose, tra cui l’attivazione di un comodato d’uso o l’acquisizione di opere significative, configurando così una politica culturale fondata su atti concreti, lungimiranti e di alto impatto per un contesto in costante ridefinizione. Un contesto consapevole delle proprie radici, ma aperto al dialogo con le istanze contemporanee e alla formazione delle coscienze civiche delle generazioni future».