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Monica Trigona
Leggi i suoi articoli«Social Unrest», la mostra che dal 13 aprile al 12 settembre è allestita presso la galleria MATTA, affronta il tema della rivolta non come episodio isolato ma come forma ricorrente di protesta nel corso della storia. Curato da Niccolò Gravina con la ricerca storica di Zoé Samudzi, il progetto riunisce nuove opere di Tony Cokes, Ivan Cheng, Satoshi Fujiwara, Hannah Quinlan & Rosie Hastings, Tiffany Sia e Sung Tieu, insieme a lavori recenti di Alessandro Di Pietro e Hannah Black. Le sommosse contemporanee vengono rilette attraverso una costellazione di eventi storici mettendo in discussione la narrazione dominante che le descrive come fenomeni improvvisi, irrazionali o privi di progetto politico. Il percorso, progettato dallo studio di architettura Sabotage Practice, rinuncia deliberatamente alla linearità cronologica grazie ad un originale allestimento: una struttura autonoma realizzata in loco con materiali di recupero attraversa lo spazio della galleria come una barricata, un ostacolo che impedisce lo sguardo d’insieme e costringe il visitatore a una fruizione frammentata.
Le opere emergono così come reperti intercettati qua e là e il montaggio sostituisce la sequenza storica. Questo principio di discontinuità rispecchia l’impianto teorico della mostra che procede a ritroso, collegando eventi apparentemente distanti, alcuni ormai remoti, risalenti addirittura al XIV secolo. Hannah Black, frammentando le rovine della sua opera «The Directions» (2022), costruisce una struttura che culmina nella rappresentazione di una carta astrologica di una rivolta. Il lavoro mette in relazione l’osservazione dei cicli stellari con la formazione dei sistemi cognitivi moderni, suggerendo che la ricerca di pattern, tanto in astronomia quanto nella storia, sia una strategia per dare senso a eventi altrimenti incomprensibili. Un diverso tipo di montaggio anima «The World Won’t Listen II» di Tony Cokes, installazione video multicanale che mette in risonanza le immagini televisive dei disordini di Los Angeles del 1992 con altri episodi di agitazioni globali. Ivan Cheng affronta la dimensione testimoniale con «Revolt Pleaser», una video-scultura che mette in scena brevi monologhi ispirati ad attacchi razziali e religiosi avvenuti sulle spiagge di Sydney. Con «TO WONG – Attributed to Paul Thek» (2017), Alessandro Di Pietro introduce invece una dimensione quasi archeologica: la scultura, composta da due scudi in bronzo che racchiudono una bobina cinematografica parzialmente visibile, funziona come una capsula del tempo il cui contenuto resta deliberatamente indecifrabile. L’allusione possibile a figure contemporanee come Joshua Wong convive con un sistema di attribuzioni instabili che confonde i confini tra storia dell’arte, documento e finzione. «GDPCN» di Satoshi Fujiwara sposta l’attenzione sulla dimensione quotidiana che precede ogni insurrezione. Le fotografie scattate a Wuhan nel 2024, stampate su pannelli industriali e sospese al soffitto, recano segni bianchi spettrali che evocano l’iconografia della Ribellione dei Turbanti Rossi, rivolta che avvenne in Cina nel XIV secolo contro la dinastia Yuan, creando un corto circuito visivo tra presente e passato. Hannah Quinlan e Rosie Hastings affrontano invece la dimensione monumentale con un nuovo affresco sulla rivolta della Compton’s Cafeteria a San Francisco del 1966 contro le vessazioni della polizia nei confronti delle persone transgender. Le sculture video di Tiffany Sia, «Scroll Figures», interrogano il ruolo dei media come strumenti di contro-insurrezione. Utilizzando estratti di trasmissioni delle reti televisive di Berlusconi, le sue opere sovrappongono testi a scorrimento verticale a filmati che scorrono lateralmente, combinando la forma premoderna del rotolo con il linguaggio televisivo contemporaneo. Infine, Sung Tieu presenta un nuovo lavoro della serie «Read Me, Wear Me, Fear Me»: abiti di cotone composti da articoli di giornale che documentano gli attacchi di estrema destra contro immigrati a Hoyerswerda e Rostock tra il 1991 e il 1992. L’opera mette in relazione la violenza razziale con l’industria tessile e le condizioni di lavoro dei migranti, trasformando il corpo vestito in un registro di informazioni e traumi.
Una veduta della mostra «Serial Surrogates (Absolutely Usb)», 2025, di Ivan Cheng alla Nicoletta Fiorucci Foundation, Londra. Courtesy dell’artista, Edouard Montassut, e della Nicoletta Fiorucci Foundation. Foto: Eva Herzog