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Margherita Artoni
Leggi i suoi articoliSedici tele monumentali di Florian Krewer, realizzate tra il 2010 e il 2025, sono inserite al secondo livello del percorso permanente del Musée d'Art Moderne de Paris, in dialogo con le opere della collezione. La loro presenza all'interno dell'allestimento museale crea un cortocircuito temporale e visivo, con le immagini dell'artista tedesco che entrano nella storia della pittura moderna e contemporanea attraverso un confronto diretto con opere di altre epoche e linguaggi. La compattezza dell'accrochage - opere basse, ravvicinate, quasi sovrapposte - costituisce già una dichiarazione critica: l'opera di Krewer va letta come un corpus organico, una ricerca continua più che una successione di episodi autonomi. Prima personale francese dell'artista, la mostra nasce da una donazione al museo e si inserisce fisicamente nella collezione permanente, scelta curatoriale che colloca Krewer nel flusso della pittura moderna e contemporanea.
Il retroterra biografico dell'artista assume allora un valore strutturale. Prima della formazione con Peter Doig alla Kunstakademie di Düsseldorf, Krewer ha lavorato per tre anni come imbianchino. La memoria di quel mestiere attraversa la sua pittura nella rapidità dell'applicazione, nella consistenza della materia, in un rapporto diretto con la superficie che sottrae il gesto a ogni idealizzazione accademica. Dal 2020 vive nel South Bronx, trasferimento che accompagna una trasformazione visibile del linguaggio, dalla misura più raccolta degli esordi a una tavolozza urbana, più aggressiva e fisicamente esposta.
I soggetti - ballerini, animali, figure incappucciate immerse in interni indefiniti o scenari urbani in dissoluzione - sono privati di coordinate narrative stabili. Da questa sospensione emerge una domanda più ampia: che cosa rimane del corpo quando vengono meno i segni che ne hanno costruito storicamente l'autorità? Nella tradizione occidentale il corpo maschile ha spesso occupato una posizione centrale, associata all'azione, al controllo, alla capacità di organizzare lo sguardo. Krewer interrompe quell'eredità attraverso figure incappucciate, animalizzate, private di volto e identità riconoscibile. Il corpo resta come presenza esposta, insieme vulnerabile e minacciosa.
La sua ricerca procede quindi per erosione dei codici che hanno definito il soggetto - il volto, il nome, la postura eroica - fino a rivelare una fisicità primaria, condivisa con il mondo animale che abita le stesse tele. Krewer si distanzia tanto dalla dimensione sospesa e mitologica di Peter Doig quanto dall'introspezione psicologica di Marlene Dumas: indaga ciò che resta del corpo dopo la dissoluzione delle forme che ne hanno sostenuto la centralità. Le genealogie evocate - la tensione cromatica e carnale di Delacroix e Soutine, la deformazione espressiva di Munch e Baselitz, la vulnerabilità del corpo nella fotografia di Nan Goldin - agiscono nella materia pittorica e nella tensione della superficie, come forze interne alla pittura stessa
Florian Krewer, «woven thin». Photo: Nicolas Brasseur. Courtesy VeneKlasen
Florian Krewer, «woven thin». Photo: Nicolas Brasseur. Courtesy VeneKlasen
In Reviving the Bear questa ricerca raggiunge una delle sue formulazioni più intense. Figura umana e figura animale si incontrano in una composizione dove il corpo diventa luogo di trasformazione e resistenza. L'orso, presenza ambigua e primordiale, introduce una dimensione arcaica in cui il confine tra umano e animale si fa instabile. La scena sospende ogni lettura narrativa definitiva, e ciò che resta è una condizione fisica prima ancora che psicologica, un'esistenza ridotta alla relazione tra peso, gesto e materia.
L'allestimento rimane però il punto più controverso dell'operazione. Krewer aveva già sperimentato la stessa logica espositiva - tele appese basse e ravvicinate, in successione serrata - all'Aspen Art Museum nel 2023. Un principio che a Parigi si ripete e si intensifica, dato lo spazio unico in cui sono raccolte le sedici opere. Tele di questa scala richiederebbero distanza e margine visivo, qui sacrificati a favore di un effetto complessivo che amplifica l'intensità percettiva e restringe lo spazio dedicato all'analisi del singolo dipinto.
Il titolo, woven thin, richiama una condizione di fragilità strutturale, qualcosa di tessuto con estrema cura e insieme esposto alla rottura. Nella pittura di Krewer intimità e minaccia convivono difatti sullo stesso piano visivo, senza approdare a una soluzione narrativa rassicurante. La stessa ambiguità attraversa everybody rise (2019), opera da cui prende il titolo l'antologica presentata ad Aspen, dove un gruppo di figure si compone in un equilibrio precario, corpi sorretti da una presenza priva di volto mentre altre sagome si dispongono ai margini della scena, indecifrabili e inquietanti.
Resta una domanda aperta: una sola sala può restituire la complessità di un percorso quindicennale? La mostra affida questa tensione al proprio dispositivo espositivo, e lo spazio analitico che l'allestimento comprime trova il suo sviluppo naturale nel catalogo pubblicato da VeneKlasen, previsto per ottobre 2026, destinato a offrire quella dimensione critica che la scelta curatoriale concentra, per ora, nell'esperienza diretta delle opere.
Florian Krewer, «woven thin». Photo: Nicolas Brasseur. Courtesy VeneKlasen
Florian Krewer, «woven thin». Photo: Nicolas Brasseur. Courtesy VeneKlasen
Margherita Artoni
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