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Giulia Grimaldi
Leggi i suoi articoliLa prima sala che si incontra al Benaki Museum di Pireos 138 ospita una classe di scuola marocchina degli anni Novanta. Hicham Benohoud insegnava arte in un sistema scolastico rigido e ottuso e invece di arrendersi costruì una camera oscura nella sua aula, facendo della fotografia uno strumento di fantasia e critica. Nei ritratti che ne risultano, i ragazzi tengono oggetti senza ragione apparente, assumono pose assurde, guardano in macchina con un’espressione che è insieme seria e ironica. Un umorismo che ci mette quasi a disagio, che dialoga con le immagini di Arhant Shrestha, una riflessione sulla mascolinità che avviene nella luce fredda di Kathmandu, in Nepal.
L’Athens Photo Festival, fondato nel 1987 da Stavros Moresopoulos come International Month of Photography, è uno dei cinque festival fotografici con la storia più lunga al mondo. Dal 2010 la direzione artistica è di Manolis Moresopoulos, che ha descritto così il metodo del festival: «Il nostro interesse curatoriale si trova all’intersezione tra fotografia e pratica artistica e concettuale. Ci concentriamo sul “perché” tanto quanto sul “come” e sul “cosa”». Quest’anno, fino al 26 luglio, qui sono esposti i lavori di 70 artisti, provenienti da 30 Paesi.
Il punto di forza del programma è saper costruire dialoghi imprevedibili tra voci di Paesi poco rappresentati nei circuiti internazionali, come Afghanistan, Bulgaria, Libano, Bielorussia e artisti già affermati nelle grandi istituzioni. Come Taysir Batniji, già presente a Documenta e al Centre Pompidou, che ad Atene porta «Just in Case #2»: centinaia di chiavi raccolte da abitanti di Gaza costretti a lasciare le proprie case, accompagnate dai nomi dei proprietari, le date degli spostamenti forzati e il numero delle vittime. O come Carmen Winant, presente nelle collezioni del MoMA e alla Whitney Biennial 2024, ad Atene con «The Last Safe Abortion»: migliaia di fotografie d’archivio provenienti da cliniche per la salute riproduttiva e strutture per l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti, dal 1973 al 2022, i cinquant’anni in cui l’aborto era legale: «un linguaggio visivo che riconosce e onora il lavoro dell’aborto». Lavori che vengono da mondi lontanissimi, che qui trovano una coerenza di sguardo tenuta insieme da un sottile lavoro curatoriale, come sottolinea Eduardo Cadava passeggiando nei 3mila metri quadrati del museo con Susan Meiselas.
Poco più avanti, un muro di immagini accoglie il lavoro di Justin Maxon e H. «Herukhuti» Sharif Williams, professore di American Studies, «Chester: Staring Down the White Gaze». Un progetto collaborativo che esamina come la supremazia bianca si riproduca attraverso le pratiche fotografiche, cercando di invertire lo sguardo e puntarlo verso la bianchezza stessa, con le voci di artisti di Chester, Pennsylvania: Desire Grover, Wydeen Ringgold, Leon Paterson e Jonathan King. Lo sguardo viene poi catturato dalle immagini di Hashem Shakeri, che fanno subito stridere i preconcetti che portiamo con noi. «Staring Into the Abyss» racconta i mesi trascorsi in Afghanistan dopo il ritorno dei talebani, rifiutando i cliché del fotogiornalismo. Le immagini rivendicano il loro potenziale surreale e simbolico, facendosi ora tenere e ora inquietanti, restituendo ritratti che vanno oltre la documentazione dell’oppressione e testimoniando una resistenza fatta di pensieri oltre che di azioni. Di rimpetto si apre un’altra ferita, quella di Tanya Traboulsi, partita da Beirut nel 1983 durante la guerra civile. «Beirut, Recurring Dream» racconta di una città conosciuta solo per frammenti, insieme familiare ed estranea, fatta di storie più sentite dire che vissute.
In un angolo del primo piano, il bianco e nero di Hristina Tasheva si interroga su come l’Europa ricordi le sue guerre, partendo da una lettera d’amore della Prima guerra mondiale rispedita al mittente con la scritta «KILLED». «FOREVERMORE I Love You (A Letter to a Man)» si muove dall’Europa occidentale a quella orientale, dal conflitto storico a quello contemporaneo, chiedendosi se esista un «noi» europeo condiviso di fronte alla guerra.
Sadie Cook e Jo Pawlowska, «Everything I Want to Tell You», 2024, all’Athens Photo Festival 2026. Foto Giulia Grimaldi
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Al piano superiore si finisce letteralmente dentro uno dei progetti più radicali del programma, quello di Sadie Cook e Jo Pawlowska, che per «Everything I Want to Tell You» hanno installato circa 14mila immagini in una sola sala: più dell’intero resto del festival messo insieme. Il duo lavora condividendo ogni settimana le proprie immagini, che ciascuna guarda, monta, usa come punto di partenza per nuove idee. L’installazione parte da un’idea di genderqueerness come atto quotidiano di scomposizione e ricostruzione di sé: gli angoli rosa sono il momento prima del sonno, quando sogni, fantasie e memoria recente coesistono con la stessa nitidezza; gli angoli con un’esplosione di immagini sono il risveglio, quando sogni e realtà collidono. «Pianifichiamo moltissimo in anticipo per avere il margine di improvvisare», spiegano. I materiali usati includono vinili, tatuaggi temporanei, carta comune, stampe a getto d’inchiostro, carte deliberatamente usate nel modo sbagliato. La fotografia è un oggetto instabile, anche quando lo si fissa alla parete.
Questa attenzione alla materialità e all’archivio come pratiche artistiche percorre tutto il festival in modo trasversale. Benohoud lavora con negativi d’archivio. Winant assembla stampe con materiali da ufficio. Batniji fa raccogliere oggetti fisici che vengono poi fotografati. Shakeri lavora al confine tra documentario e simbolico. Maria Quigley preme carta fotosensibile direttamente sullo schermo di un televisore sovietico nell’appartamento di sua nonna a San Pietroburgo, registrando in buio totale quello che la televisione di stato russa trasmette, guidata dal palinsesto della nonna. Sasha Velichko usa reti neurali per generare immagini da titoli di notizie pubblicati nei giorni degli arresti di prigionieri politici in Bielorussia, producendo un archivio di rumore visivo che dimostra come la propaganda distragga da ciò che conta. Il festival ha abbracciato una definizione allargata di fotografia che include installazione, libro d’artista, oggetto, testo, approccio ibrido: è una posizione curatoriale che rispecchia la più ampia conversazione internazionale sul medium, e su cui Atene, dalla sua posizione defilata rispetto alla stampa internazionale, richiama l’attenzione.
Il Satellite Program e il Book Program, curati entrambi da Sylvia Sachini, meritano attenzione particolare. Sachini opera nell’intersezione tra le tradizioni teoriche di Joan Fontcuberta, per cui la fotografia è costruzione, linguaggio, finzione culturale piuttosto che finestra sul reale, e quella di Eduardo Cadava, per cui ogni immagine è una traccia del già perduto, il residuo di qualcosa che scompare nel momento stesso in cui viene fissato. Nel Satellite Program questo si traduce nel trattare la fotografia come campo permeabile di tracce, gesti e trasmissioni. Dieci spazi in città, tra cui Rebecca Camhi Gallery, ATOPOS cvc, MISC e CAN Christina Androulidaki, accolgono lavori che abitano i bordi del fotografico. Nel Book Program lo stesso approccio si traduce in una selezione sperimentale di libri e dummies fotografici, con una giuria del Dummy Award che include Fontcuberta stesso, Marta Weiss del Victoria and Albert Museum e Katy Hundertmark di Foam.
Rica Cerbarano, su questo giornale, ha analizzato la crisi dei festival fotografici contemporanei: la pigrizia curatoriale, la difficoltà di uscire dal circuito degli addetti ai lavori. È interessante guardare alla posizione di questo festival apparentemente periferico, che da una parte tende a funzionare negli spazi del Museo Benaki come un monolita geograficamente staccato dal resto della città, e dall’altra ricuce attraverso il Satellite program con fili che attraversano il tessuto urbano ma che restano spesso appannaggio di chi già segue il festival. Forse la soluzione sta nell’intimità degli eventi che ruotano attorno al Book Program, con artisti che raccontano i propri libri tra il pubblico, che legge, fa domande, sfoglia e scopre. «Quest’anno abbiamo avuto modo di lavorare con un book program davvero sperimentale, abbiamo raccolto libri e dummies così diversi, racconta Sachini. La mattina, se ho tempo, mi siedo qui prima che apra e mi sento davvero fortunata a essere circondata da tutti questi libri».