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Arte e alluvioni

Che cosa ci ha insegnato la piena dell’Arno del ’66

Giorgio Bonsanti

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Preceduto da una preinaugurazione nel Refettorio grande di Santa Croce al cospetto dell’«Ultima Cena» di Vasari, ricollocata da pochi giorni dopo una moratoria quarantennale e un restauro decennale che totalizzano appunto cinquant’anni dall’alluvione, si è svolto a Firenze il 10 e 11 novembre il Salone del Restauro. Impossibile dunque che proprio l’alluvione non fosse il riferimento più o meno esplicito per gran parte delle iniziative; così come è comprensibile che in questi giorni a Firenze abbiano echeggiato alcuni interrogativi relativi al disastro del 1966, concernenti soprattutto i suoi postumi, in positivo e in negativo. È da immaginare infatti che il cinquantennale funzionerà in certo qual modo da discrimine, nel senso che in linea di principio quanto non è stato recuperato finora non lo sarà mai più, e penso soprattutto alla quantità di suppellettili liturgiche provenenti dal territorio, semidistrutte dalla piena tanto da renderne improbabilissima una restituzione (comunque recentemente censite dalla Soprintendenza). Casomai, fa eccezione il patrimonio librario di biblioteche come il Vieusseux, dove il lavoro da fare rimane ancora tanto; e lì è soprattutto una questione di mezzi. 

Quanto a ciò che l’alluvione comunque comportò di positivo, citerei sinteticamente un’utile sprovincializzazione della città e l’aggiornamento su tecniche di restauro più avanzate all’estero che da noi (ad esempio nei lapidei e nei metalli). E del resto senza l’alluvione difficilmente sarebbe nato (1975) l’Opificio moderno. Al restauro di un’opera alluvionata era dedicata anche la terza edizione del premio conferito dai Friends of Florence, associazione non profit presieduta da Simonetta Brandolini d’Adda, vinto quest’anno dallo Studio Ardiglione di Firenze; mentre è stato presentato dopo il restauro il vincitore dell’edizione precedente, lo splendido Crocifisso ligneo di Francesco da Sangallo nella Cappella dei Pittori all’Annunziata, benissimo restaurato dalla cuneese Francesca Spagnoli. 

Quanto a un bilancio del Salone è forse prematuro, ma credo possibile considerare fin d’ora che gli giovano la scadenza biennale, l’ampiezza del bacino di Firenze nelle attività di restauro, la sede prossima alla stazione e idonea per dimensioni, così da evitare l’impressione di spazi vuoti; comunque mi è sembrato che soprattutto il sabato la frequenza fosse notevole. Sempre affollato, ad esempio, il talking corner della casa editrice Nardini, che presentava un numero della rivista «Kermes» dedicato all’arte contemporanea. Sempre animate anche le varie iniziative delle associazioni di restauratori, anche per la criticità del momento dovuta all’attesa che si concluda il concorso di riconoscimento nella categoria i cui esiti sono stati recentemente prorogati di un anno, in difficile e non sanata concomitanza con quello a ottanta posti per l’ingresso nel Mibact, di prossimo svolgimento. E un pubblico interessato era costituito dagli studenti delle ventiquattro Scuole di restauro già accreditate in Italia: le tre di Alta formazione del Mibact, le dieci universitarie, le nove delle Accademie d’Arte, le due facenti capo a Enti terzi (Flores Ats di Firenze, Botticino presso Brescia di Enaip). Era stata una bella iniziativa di Laura Baratin, docente a Urbino, a concentrare nello stesso stand esperienze che seguono un percorso comune ma posseggono identità particolari, anche perché i corsi di laurea si articolano in sei diversi percorsi formativi (comunque un modello sul quale sarà indispensabile intervenire con dei correttivi; cfr. n. 365, giu. ’16, p. 10 e n. 366 lug.-ago. ’16, p. 10). Lo stand ha così offerto per la prima volta un quadro completo della situazione nel nostro Paese e si presta a girare utilmente l’Italia, e magari non solo, illustrando le condizioni di base dimodoché i giovani che si accingono a operare delle scelte determinanti per il loro futuro, possano trovare un quadro esauriente dell’offerta formativa nel restauro. C’è chi vorrebbe disincentivare dallo studio del restauro perché al termine del percorso il lavoro non si trova; io mantengo la mia opinione: il lavoro non si «trova», ma si crea.

Giorgio Bonsanti, 12 dicembre 2016 | © Riproduzione riservata

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