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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliL’artista rumena Ana Lupas, classe 1940, è una delle figure più radicali e silenziosamente sovversive dell’avanguardia concettuale dell’Est Europa. Dopo le grandi retrospettive allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2024) e al Kunstmuseum Liechtenstein (2024-25), questa è la sua prima personale in una galleria privata. «Armature», dal 5 febbraio al 28 marzo da P420, a Bologna, è un titolo volutamente italiano, e non per vezzo. In quella parola convivono due tensioni che attraversano tutta la ricerca di Lupas: l’armatura come struttura portante, ossatura interna che sostiene ciò che rischia di crollare, e l’armatura come corazza, protezione esterna contro la violenza del mondo. L’artista lavora da sempre su ciò che è fragile: la memoria, l’identità, le tradizioni rurali, il corpo sociale sotto pressione. Ma non indulge mai nella nostalgia. La sua risposta alla minaccia della cancellazione non è il lamento bensì la costruzione. Costruire dispositivi di resistenza, forme capaci di durare, di proteggere senza irrigidirsi. In mostra, questo atteggiamento prende forma in opere monumentali in metallo che incapsulano materiali organici, tessuti, elementi legati alla cultura contadina. Il metallo sostiene la materia trasformandola in un monumento non celebrativo ma necessario, un gesto di salvataggio. L’armatura qui è un «rifugio», un guscio che preserva l’effimero senza neutralizzarlo. Questo dialogo tra duro e morbido, tra industriale e organico, attraversa tutta la pratica dell’autrice e affonda le radici in una biografia segnata dalla violenza della storia. Nata nel 1940 a Cluj, in Romania, l’artista si forma e lavora sotto la dittatura di Nicolae Ceaușescu. La sua famiglia, parte dell’élite politica e intellettuale prebellica, viene duramente perseguitata. Rifiutando l’ideologia ufficiale e le regole del realismo socialista, Lupas sviluppa un linguaggio non figurativo, concettuale, difficilmente classificabile. Lavora spesso in luoghi remoti, lontani dai centri di potere, e anima una comunità artistica clandestina. I materiali poveri, lana, cotone, lino, non sono solo una scelta poetica ma una necessità dettata dalle condizioni di vita e dalla scarsità di mezzi. In questo senso, la sua pratica dialoga con movimenti come l’Arte Povera, il Post-minimalismo e la Land art, ma resta profondamente radicata nel contesto locale, nel folklore e nelle pratiche agricole della Romania.
In «Armature», questa dimensione politica e biografica emerge anche nei lavori più intimi. Nella serie «Self-Portrait», Lupas interviene graficamente sulla ripetizione meccanica del proprio volto. Ogni immagine è simile e al tempo stesso diversa, alterata, disturbata. Qui l’armatura diventa una barriera simbolica contro l’omologazione mentre il segno grafico diventa una corazza: espone l’immagine pubblica mentre protegge l’irriducibilità del sé privato. Questo gesto di resistenza attraversa tutta la carriera dell’artista, dagli «Identity Shirts» iniziati nel 1969, tessuti sovrascritti come palinsesti con cuciture, inchiostro, persino sangue, fino a opere storiche come «Humid Installation» (1970) o «The Solemn Process» (1964-2008), acquisita dalla Tate nel 2016. Il corpo, il vestito, la copertura diventano luoghi di iscrizione politica. Proteggere il corpo significa proteggere la possibilità stessa di esistere come individui. Il percorso in galleria attraversa le strategie di difesa che Lupas ha affinato nel corso di decenni contro la violenza del potere, contro la disumanizzazione, contro l’oblio.
La galleria bolognese partecipa inoltre ad Arte Fiera esponendo nella Main section, oltre all’artista rumena, Irma Blank, Riccardo Baruzzi, Adelaide Cioni, John Coplans, June Crespo, Filippo de Pisis, Bekhbaatar Enkhtur, Paolo Icaro, Merlin James, Khaled Jarada, Xian Kim, Alessandro Pessoli, Alessandra Spranzi e Shafei Xia, un bel mix tra figure storiche e voci contemporanee, tra pratiche concettuali e approcci più intimi e pittorici. Nella sezione Fotografia e Dintorni allestisce il solo show del fotografo e artista concettuale croato Goran Trbuljak.