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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliArt Basel Paris non si esaurisce nei tre giorni di ottobre, dal 23 al 25 quest’anno, in cui il Grand Palais diventa il centro del mercato internazionale. «Sempre più, la fiera lavora infatti lungo tutto l’anno dentro la città che la ospita, intrecciandosi con il sistema delle gallerie parigine, con i loro programmi espositivi, con le istituzioni e con una rete di collezionisti e dealer che non si attiva soltanto in occasione dell’opening ma costruisce continuità tra un’edizione e l’altra», ha spiegato il suo neo direttore, Karim Crippa a «Il Giornale dell’Arte». L’edizione 2026, la quinta e la prima sotto la sua guida (precedentemente era Head of Communications e Senior Editor della rassegna francese), rende questa dinamica ancora più evidente. La fiera non appare più come un evento concentrato nel tempo ma come un’estensione del tessuto culturale e commerciale di Parigi, che a sua volta contribuisce a definire contenuti, presenze e orientamenti del programma al Grand Palais. Le gallerie non partecipano soltanto alla fiera ma in molti casi la precedono, la accompagnano e la prolungano attraverso mostre, collaborazioni e progetti che si sviluppano nei mesi precedenti e successivi all’appuntamento principale. Art Basel Paris produce così un calendario continuo di relazioni. A differenza di contesti più stagionali, la capitale francese funziona come un ecosistema già attivo e la fiera si innesta su una struttura esistente invece di generarla da zero. Le gallerie storiche della città, da Perrotin ad Almine Rech, da Chantal Crousel a Mennour, da Templon a Galerie Lelong, e un sistema di spazi indipendenti, collezionisti e istituzioni rende il confine tra attività quotidiana e settimana della fiera sempre più labile.
All’interno di questo equilibrio ormai stabilizzato si colloca l’edizione 2026, che riunisce oltre 200 gallerie da 41 paesi e territori, con quasi trenta nuovi ingressi e un record di dodici stand condivisi. Il dato più significativo è la trasformazione del formato: la fiera ospita sia presentazioni definite dalle singole realtà espositive sia incentiva sempre più modelli di collaborazione tra gallerie, che diventano strumenti curatoriali oltre che commerciali.
Nel settore Galeries, cuore economico della manifestazione che comprende ben 190 espositori, la struttura appare ormai stratificata su più livelli. Da un lato le mega-gallerie internazionali, Gagosian, Hauser & Wirth, David Zwirner, Pace, White Cube, Marian Goodman Gallery, Esther Schipper, Skarstedt, Thaddaeus Ropac, che consolidano Parigi come una delle principali piazze globali del contemporaneo. Dall’altro, le gallerie storiche francesi che continuano a definire la specificità locale del mercato. Accanto a questo nucleo consolidato, l’ingresso di quasi trenta gallerie per la prima volta segnala un ulteriore spostamento del baricentro. Tra i nuovi partecipanti figurano ChertLüdde, Croy Nielsen, Kraupa-Tuskany Zeidler, Reena Spaulings Fine Art, Consonni Radziszewski, Larkin Erdmann, Luxembourg + Co, Laveronica arte contemporanea, insieme a gallerie provenienti da Istanbul, Lagos, Beirut, São Paulo, Tokyo e Johannesburg. Questa espansione geografica non va letta come sintomo di un sistema sempre meno centrato su pochi poli storici e sempre più costruito su reti multiple.
Il dato forse più emblematico dell’edizione 2026 è però il record di dodici progetti condivisi. In molti casi si tratta di veri e propri progetti curatoriali, dove il rapporto tra artisti, storie e geografie viene costruito come narrazione unica. La collaborazione tra Michael Rosenfeld Gallery e Jeffrey Deitch, ad esempio, mette in relazione Beauford Delaney e Alteronce Gumby attraverso una lettura transatlantica della presenza parigina; Kraupa-Tuskany Zeidler e Layr costruiscono un asse tra Franz West e Anna Uddenberg che riflette sul corpo come superficie politica; Tina Kim Gallery e Take Ninagawa intrecciano modernismo e contemporaneo asiatico attraverso Pacita Abad, Kim Lim, Suki Seokyeong Kang, Lee ShinJa, Ha Chong-Hyun e Kim Tschang-Yeul.
La sezione Emergence, con 16 espositori, conferma questa trasformazione del linguaggio espositivo. I progetti monografici occupano i balconi della navata del Grand Palais, ma ciò che emerge è la centralità del rapporto tra pratica artistica e contesto fieristico. Le opere di Clémentine Adou, costruite a partire da strutture urbane dismesse, o quelle di Solomon Garçon, che rielaborano estetiche televisive e aspirazionali, indicano una generazione di artisti che «utilizza» Art Basel Paris come terreno di debutto e sperimentazione. Premise, con 9 partecipanti, invece, continua a funzionare come spazio di rilettura critica della storia dell’arte. Le opere di Vera Molnár presentate da Galerie Zlotowski riaffermano il ruolo pionieristico dell’artista nell’arte algoritmica; il progetto di Amanda Wilkinson Gallery su Derek Jarman riattiva una riflessione sulla relazione tra immagine, corpo e politica; mentre la presenza di kó con Uche Okeke, Obiora Udechukwu ed El Anatsui restituisce alla Nsukka School un ruolo centrale nella narrazione del modernismo postcoloniale.
Parallelamente al Grand Palais, Art Basel Paris si espande come infrastruttura urbana. Il Public Program, sostenuto da Miu Miu, e il progetto «Oh La La!», che invita figure esterne al sistema dell’arte a intervenire sugli allestimenti, rafforzano la dimensione performativa della fiera. A proposito di questa iniziative, che torna il 23 e 24 ottobre, invitando gli espositori a ripensare le proprie presentazioni con un ospiti esterni al mondo dell’arte, mettendo in dialogo prospettive di ambiti culturali affini con le presentazioni delle gallerie, lo direttore rileva che «si svolge in 2 giorni ed è accessibile a tutti. Il fil rouge di quest'anno (lo scorso anno l'aveva dato il giornalista e regista francese Loïc Prigent, Ndr) è in via di definizione: è una sezione che non si prende troppo seriamente riservando però punti di vista inattesi sul sistema dell’arte».
Durante la settimana, Parigi si trasforma in una piattaforma diffusa in cui musei e fondazioni costruiscono una programmazione che dialoga direttamente con la fiera, contribuendo a una saturazione culturale che poche altre riescono a replicare con la stessa intensità. Al Musée d'Orsay ci saranno Mary Cassatt e Jenny Holzer; al Musée de l'Orangerie Claude Monet; al Musée Picasso Kurt Schwitters; al Musée d'Art moderne de la Ville de Paris Kerry James Marshall e Simone Fattal. Alla Fondation Louis Vuitton sarà esposto Gustave Fayet, al Jeu de Paume Stan Douglas, mentre la Fondation Cartier pour l'art contemporain ospiterà Ibrahim Mahama. Da Lafayette Anticipations ci saranno Yu Nishimura e Hélène Fauquet. Al Petit Palais saranno protagoniste Eva Gonzalès e Prune Nourry; alla Maison Européenne de la Photographie Irving Penn; e al Musée du Luxembourg Andy Warhol. Lo sa bene Crippa che afferma: «Ciò che contraddistingue la fiera non è solo la qualità delle presentazioni all’interno del Grand Palais, ma anche la straordinaria concentrazione di attività che la circonda: le mostre istituzionali, gli incontri interdisciplinari e i dibattiti che rendono la settimana della fiera di Parigi un momento di singolare rilevanza culturale e commerciale. L'edizione del 2026 riflette sia la vitalità della scena parigina sia l'impegno della comunità internazionale delle gallerie nei confronti di ciò che si sta costruendo qui». È in questa interdipendenza costante tra città e fiera che Art Basel Paris trova oggi la sua forma più compiuta, forma che Karim Crippa intende implementare rendendo il connubio sempre più stretto.
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