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Valeria Frei
Leggi i suoi articoliCome molte regioni alpine, la Leventina (distretto settentrionale del Canton Ticino) è ricca di laghetti, fiumi, cascate e grandi dislivelli: condizioni ideali per la produzione di energia idroelettrica. Fin dai primi anni del Novecento la Motor AG di Baden, legata alla Brown Boveri, investì in questo territorio acquisendo le concessioni delle acque. Spuntarono così una serie di impianti ad accumulazione, riuniti in seguito in una catena di proprietà dell’Aet (Azienda elettrica ticinese). Iniziamo il giro a Lavorgo, in Media Leventina.
La centrale del Piottino a Nivo, costruita tra il 1928 e il 1932 su progetto dell’architetto milanese Giovanni Greppi, non passa inosservata: non solo per il suo elegante decoro, ma anche per il contrasto che crea rispetto al suo contesto, costellato da cascine in sasso, chiesette e boschi. In realtà non è un fenomeno così strano. Nei primi anni dell’elettrificazione l’architettura delle centrali era confrontata con la ricerca di soluzioni progettuali in grado di assolvere alle complesse esigenze funzionali della nuova tecnologia: spazi grandi e senza intralci strutturali, pareti solide in grado di sorreggere grandi pesi, sufficiente apporto di luce ma al contempo vetrate capaci di reggere le vibrazioni del processo di turbinaggio. I modelli tipologici a disposizione nel repertorio architettonico tradizionale, e funzionali a soddisfare queste premesse, erano le fortezze (con mura solide) e le cattedrali gotiche (con ampie vetrate). Per le aperture della centrale del Piottino l’architetto Greppi impiega grandi archi ogivali sulla facciata principale, e a tutto sesto ma molto allungati sulle pareti laterali, rafforzati nel disegno da un intradosso di mattoni rossi (secondo lo stile lombardo). Alle pareti della facciata è integrata una serie di paraste in pietra viva, che ne sottolineano la funzione portante. Un raffinato e discreto apparato pittorico arricchisce la facciata principale: ghirlande di foglie con nastri, stemmi e un mare di vivaci stelline rosse di dimensione decrescente man mano che si sale verso l’alto. Attorno alla centrale (tuttora attiva), si riconoscono il sistema di chiuse, il bacino di compenso, i binari per la movimentazione delle turbine e le condotte forzate che s’inerpicano in verticale sulla ripida roccia.
Proseguendo verso sud, dopo aver superato l’impressionante viadotto autostradale sulla gola della Biaschina, si incontra a Bodio l’ex centrale detta «Vecchia Biaschina», costruita tra il 1906 e il 1911 e dismessa nel 1988. Il progetto dell’impianto è dell’ingegnere della Motor SA, Agostino Nizzola, e dell’ingegnere storico dell’arte milanese Ugo Monneret de Villard. L’edificio della centrale adotta uno stile ispirato alla Secessione viennese. Le facciate mostrano un uso combinato di forme geometriche, organizzate in maniera simmetrica e modulare; prevale l’intonaco bianco interrotto unicamente dall’accentuazione delle parti strutturali in pietra a vista. L’apparato decorativo (architettonico, pittorico e grafico) si concentra attorno al corpo d’accesso. La scritta «Centrale Biaschina 1910», in blu acceso, è elegantemente tracciata con caratteri tipografici Art Déco, così come le due belle lampade in ferro battuto. Se avete l’occasione di organizzare l’accesso all’interno (o anche solo sbirciando dalle finestre), vedrete la travatura in acciaio, le forme sinuose della balconata e soprattutto i macchinari originali dell’epoca.
La Vecchia Biaschina si trova in una zona industriale, di cui per decenni è stata il motore. Tra le varie fabbriche, storiche e non, si trova anche l’ex Acciaieria Monteforno, attiva dal 1946 al 1994, che con i suoi quasi mille operai fu una delle più importanti realtà del Cantone. Non è visitabile all’interno ma all’esterno si possono ammirare varie testimonianze della sua attività precedente: i binari di raccordo, la pompa di gasolio per alimentare le locomotive di trazione, la pesa a ponte e vari capannoni secondari. L’edificio di servizio, progettato dal pittore e architetto Carlo Basilico, è strutturato a ferro di cavallo attorno a una corte interna. L’accesso rappresentativo è sottolineato da otto imponenti colonne in pietra a vista; sulla destra si trovavano gli uffici dell’amministrazione e del direttore, sulla sinistra la mensa, le docce e i laboratori. La corte permette l’accesso al grande capannone di produzione: questa enorme struttura a traliccio metallico, lunga 700 metri, formata da tre campate e chiusa da un tetto a capanna, è «nascosta» dietro una sorta di facciata applicata, progettata per dare un aspetto armonico all’insieme. La chiusura dell’Acciaieria di Bodio nel 1994 ha scatenato un accorato moto di protesta che ha coinvolto tutto il Cantone. Oltre a essere stata un’importante realtà economica, la Monteforno è stata anche una realtà sociale ricca di umanità, che ha portato molti lavoratori perlopiù meridionali in una stretta valle alpina. Il libro di Sara Rossi Guidicelli Quaderno della Monteforno. Un racconto di fabbrica (iet, 2004) racconta con poesia molte di queste storie.
La Vecchia Biaschina (1906-11) a Bodio. © industriekultur.ch. Foto T. Ambrosetti
La Nuova Biaschina (1962-66) a Personico. © Sika Schweiz AG
Gli anni Cinquanta segnano il boom industriale e l’affermazione della produzione di massa di beni di consumo, basata sulla frammentazione e su una rete di fabbriche interconnesse e alimentate dall’elettricità, ormai diffusa ovunque. L’aumento della domanda energetica porta alla costruzione di nuovi impianti. Tra questi spicca quello della Nuova Biaschina (1962-66), il più potente (390 GWh/anno) della catena della Leventina, che incontriamo a Personico (visite su richiesta). L’edificio della centrale è caratterizzato da un’architettura moderna e audace, ancora molto attuale. I progettisti, l’architetto Augusto Jäggli e gli ingegneri Giovanni Lombardi e Giuseppe Gellera, riprendono la struttura di un hangar: un’unica grande campata di forma parabolica, sorretta da sei archi in cemento armato, collegati tra loro a metà altezza da un elemento orizzontale. Sotto questo guscio le pareti sono completamente vetrate. Anche se con un linguaggio diverso rispetto alle «cattedrali dell’elettricità» dei primi del Novecento, anche questa centrale si veste di un’architettura scelta e rappresentativa, simbolo della forza dei materiali e dei calcoli ingegneristici, che grazie alle grandi trasparenze mostra orgogliosamente all’esterno la tecnica in azione all’interno. Questa regione è anche il cuore pulsante della linea ferroviaria dell’asse nord-sud, costruita nella seconda metà dell’Ottocento e «aggiornata» nei primi anni Duemila. Il nostro itinerario incontra dapprima le infrastrutture legate ad AlpTransit (Nuova ferrovia transalpina): a Pollegio si trovano l’imbocco della galleria di base del San Gottardo (lunga 51,7 chilometri, record mondiale) e la torre della Centrale di esercizio, che dal 2014 coordina il traffico ferroviario della Svizzera meridionale (prima in mano alle singole stazioni), progettata dagli architetti Bruno Fioretti Marquez e dagli ingegneri Borlini & Zanini (visite su richiesta).
A raccontarci l’affascinante storia della prima trasversale alpina, la linea di montagna della Ferrovia del Gottardo, è invece il comparto oggi dismesso delle ex officine di Biasca, situato proprio ai piedi della scenografica cascata di Santa Petronilla. Le officine meccaniche e i depositi furono costruiti attorno al 1874 per ospitare le riserve di acqua e di carbone, ma soprattutto le locomotive di trazione che venivano aggiunte (o tolte) ai convogli che si accingevano ad affrontare il dislivello di circa 800 metri che portava ad Airolo, all’imbocco della Galleria del San Gottardo, inaugurata nel 1882. Per l’epoca questa tratta rappresentò un’impresa ingegneristica davvero impressionante. Con l’elettrificazione della linea, nel 1921, la seconda locomotiva non serviva più e gli impianti di Biasca vennero convertiti in officine per la riparazione dei convogli merce. Rimasero attivi, anche se in forze molto ridotte, fino al 2005. Dal 2016 lo Swiss Railpark ha riqualificato l’area e oggi ospita anche un piccolo museo dei trasporti (visite su richiesta).
L’itinerario si conclude con uno sguardo alla tradizione dell’industria tessile, che in varie forme è stata un’importante realtà del Canton Ticino. Le prime manifatture del ramo erano attive nella filatura della seta. Le filande più famose erano la Torriani-Bolzani di Mendrisio, la Lucchini di Lugano e la Bonetti-Molo di Bellinzona (demolita). Ci sarebbe molto da dire su questa attività manufatturiera, soprattutto sulle condizioni di lavoro delle giovanissime filandaie... Dopo il declino dell’industria della seta si svilupparono la confezione di camicie e la filatura e torcitura del cotone. Proprio quest’attività veniva svolta all’interno della fabbrica di Biasca, che oggi ospita un negozio di ferramenta (via Iragna 33, visite solo dall’esterno). Costruito nel 1924 su progetto della Locher&Cie di Zurigo, l’edificio ospitava il cotonificio Riecken & Co. Il lavoro svolto dalle giovani operaie richiedeva grandi macchinari, impianti di ventilazione e luce indiretta. Serviva quindi un capannone monoplanare, ampio e con copertura a shed. L’edificio è architettonicamente molto interessante, anche se ancora poco valorizzato: rivestito di granito a vista, è composto da un primo elemento di testa caratterizzato da un ampio frontone a tutta larghezza (edificio amministrativo) e da una parte di coda con copertura a shed a disposizione a farfalla. Il terzo elemento con lucernario centrale è stato aggiunto in seguito. Come per molte altre realtà industriali, anche qui la produzione ha chiuso definitivamente i battenti negli anni Settanta (nel 1979, per la precisione), anni della crisi petrolifera globale, della progressiva terziarizzazione e dell'inizio della delocalizzazione industriale. Un ultimo consiglio: una sosta nel nucleo storico di Giornico, con le sue chiese romaniche, i ponti in sasso e la Casa dei Landfogti, che ospita il Museo della Leventina.
Valeria Frei, storica dell’arte, ha curato il volume Ticinoindustriale. Una guida architettonica (fotografie di Tonatiuh Ambrosetti, 272 pp., Edizioni Casagrande-Industriekultur Schweiz, Bellinzona 2024, € 38)
La Centrale di esercizio sud Ffs AlpTransit (2014) di Pollegio. © industriekultur.ch. Foto T. Ambrosetti