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Giulia Grimaldi
Leggi i suoi articoliC’è un corridoio lungo 150 metri nel monastero di Santa Clara-a-Nova, a Coimbra. Buio, umido, con i muri che si sgretolano. In quel corridoio, quest’anno, confluiscono i lamenti di decine di prefiche e professionisti del lutto provenienti da culture e geografie diverse: voci che piangono i morti, infilandosi tra gli spifferi del monastero. L’opera è «Start Again The Lament» di Taryn Simon: i corpi non sono presenti, ma aleggiano nell’aria di questi anni di guerre. «Quando consideri le multiple zone di conflitto del momento, dice John Zeppetelli, con la guerra in Medio Oriente che si espande esponenzialmente, e la catastrofe ambientale in corso, questa installazione dà forma e consistenza a quell'esperienza».
Anozero’26, la Biennale di Coimbra che apre l’11 aprile con il titolo «To hold, to give, to receive», si sviluppa su numerose sedi nel centro storico di Coimbra, in Portogallo, fino al 5 luglio. I curatori sono Hans Ibelings, teorico e storico dell’architettura di Rotterdam trapiantato a Montreal, e John Zeppetelli, già direttore del Musée d’art contemporain de Montréal, con Daniel Madeira come assistente curatore, che ha contribuito in modo decisivo alla collaborazione con gli artisti locali.
Il punto di partenza è la radice protoindoeuropea ghabh (origine della parola habitat), che ha un triplice significato: tenere, dare, ricevere. «Il linguaggio rivela come comprendiamo il mondo, afferma il cocuratore. Dare e ricevere non sono scambi unidirezionali a somma zero, ma atti reciproci che assumono molte forme». Da questa premessa linguistica si apre tutto il resto: che cosa significhi ospitare e che cosa si intenda per comunità in un momento di polarizzazione crescente.
È Peter Kropotkin, anarchico russo dell’Ottocento e teorico del mutuo appoggio, il punto di riferimento intellettuale e politico di questa edizione. E a chi la parola «anarchia» fa paura, Hans Ibelings risponde con fermezza: «Ha una pessima reputazione, ma è completamente ingiustificata. Anarchia non significa caos, ma assenza di gerarchia imposta dall’alto. Si può pianificare in modo anarchico, senza essere contro le regole, piuttosto concordandole orizzontalmente».
L’altra referenza teorica è la microbiologa Lynn Margulis, che ha fatto della simbiosi e della coevoluzione tra organismi diversi il motore dell’evoluzione, in alternativa alla competizione darwiniana. «Viviamo in un mondo in cui le distruzioni economiche vengono celebrate come distruzione creativa. È un mondo di disuguaglianze grottesche e di una preoccupante svolta verso l’autoritarismo di destra», aggiunge il cocuratore. In questo senso «To hold, to give, to receive» vuole essere «un manifesto per l’orizzontalità, il mutuo appoggio, la simbiosi e la reciprocità, un atto di resistenza mite ma deciso». L’orizzontalità fa parte del modo in cui la biennale è stata costruita, con scelte di allestimento che cercano di evitare la logica del nome famoso in sala principale e tutto il resto in coda. «Abbiamo alcuni grandi nomi, ammette Ibelings, ma non si tratta di una lista. C’è qualcosa di più generoso e inclusivo in questo».
Il cuore della biennale è il monastero di Santa Clara-a-Nova, edificio del XVII secolo che ha attraversato secoli di storia come sede religiosa, caserma militare e luogo di cultura e che oggi rischia di essere sottratto alla sua funzione pubblica dalla speculazione immobiliare. «Dal punto di vista pratico è un edificio sfidante, dice Ibelings. Il che lo rende straordinariamente interessante». Due installazioni affrontano direttamente la storia militare dello spazio: Cosmos Architects Office di Zurigo ha costruito una torre di memorie con tutti gli armadietti lasciati dal’esercito; Arturo Franco, architetto e filmmaker spagnolo, ha trasformato i garage militari nel giardino in un cinema en plein air, con i macchinari arrugginiti come scenografia. «Non si può fare un evento culturale senza riconoscere il mondo fuori da questo bellissimo monastero, aggiunge Ibelings. Sarebbe ingenuo ignorarlo completamente». Quattro artisti lavorano sulla Palestina, con diversi gradi di prossimità alla violenza. «Gaza è nella nostra testa da due anni e mezzo, prosegue Zeppetelli. Era importante guardare a progetti che se ne occupassero, alcuni in modo molto diretto, altri più indiretto». Forensic Architecture presenta «Three Days at Al-Azhar University: 28–30 January 2024» (2025): uno studio narrativo che segue una coppia, Nadia e Ahmad, attraverso più di dodici sfollamenti forzati, culminati in una detenzione in un’aula universitaria nella quale gli uomini sono stati torturati dall’esercito israeliano mentre le donne erano nelle stanze vicine. Adam Broomberg ha fotografato gli ulivi palestinesi distrutti: 800mila alberi abbattuti nel corso di decenni. Taysir Batniji ha raccolto le chiavi delle case di chi è stato sfollato nell’ultimo conflitto: centinaia di chiavi con i nomi dei proprietari, le date dello sfollamento, le perdite. «Queste persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case sapendo che probabilmente non potranno più farvi ritorno», spiega Zeppetelli.
A qualche centinaio di metri dal monastero, nella Sala do Cidad, l’ex refettorio del monastero di Santa Cruz, Nan Goldin presenta «Stendhal Syndrome» (2024), parte della mostra tenutasi al Pirelli HangarBicocca nel 2025 «This Will Not End Well». È uno slideshow di 26 minuti che giustappone fotografie di capolavori classici e barocchi nei grandi musei del mondo con i ritratti della sua comunità di amici, amanti, persone che ha amato e perduto. La voce di Goldin legge passi dalle Metamorfosi di Ovidio, «elevando la sua comunità a uno stato più mitico, spiega Zeppetelli. Istituisce connessioni morfologiche formali tra le immagini classiche e le sue fotografie per composizione, colore, forma, risonanza emotiva. È un’opera di potere emotivo lacerante».
Tra le storie di collaborazione che meglio rappresentano lo spirito della biennale c’è quella con Pezo von Ellrichshausen, studio di architettura cileno che, invece di presentare un’installazione spaziale, ha scelto di condividere 200 disegni di edifici vernacoli e pitture che si avvicinano a uno stato primitivo e primordiale dell’architettura. Sono esposte nell’ultima sezione del corridoio superiore del monastero, su una parete infinita di cornici. «Pensavo a un intervento spaziale e invece mi ritrovo con quasi 200 lavori. È stata una sorpresa bellissima», dice Ibelings.
Dieci studi di architettura portoghesi sono stati invitati a riflettere sul concetto greco di «xenia», che significa insieme «ospite», «ospitante» e «straniero». Conclude Ibelings: «Chi è l’ospite? Chi è l’ospitante? Come trattiamo gli stranieri? Lo si può vedere a scala domestica, ma anche nazionale. Come l’architettura ospita le persone, come le accoglie, come include chi è considerato estraneo».
Da sinistra: i curatori Hans Ibelings e John Zeppetelli e l’assistente curatore Daniel Madeira. © Jorge das Neves