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Una foto dal backstage della produzione, con Jacopo Parella nel ruolo di Piero Manzoni

Courtesy NOTTE

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Una foto dal backstage della produzione, con Jacopo Parella nel ruolo di Piero Manzoni

Courtesy NOTTE

Allo storico Cinema Arlecchino di Milano l’ultima notte di Piero Manzoni

Il progetto (e galleria d’arte) NOTTE dedica all’artista il suo primo cortometraggio accompagnato da una mostra con la ricostruzione di un ambiente concepito da Manzoni nel 1961 mai venuto alla luce

Grazia Mazzarri

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Il 22 settembre, al Cinema Arlecchino, viene presentato «Piero Manzoni: Domani chi sa», il primo cortometraggio prodotto dalla galleria NOTTE, fondata nel 2025 da Carolina Lanfranchi e Mattia Melzi, seguito dal 2 ottobre al 18 dicembre, negli spazi di via Bigli 11, dalla mostra «Piero Manzoni: Touch Me»

I due appuntamenti, realizzati in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni, costituiscono un unico progetto dedicato all’artista e alla sua ricerca sul superamento dei confini tradizionali dell’opera. Il film, della durata di 24 minuti, nasce da un’idea di Mattia Melzi, che ne ha curato concept e sceneggiatura. La regia è di Alberto Sansone, la fotografia di Mirko Ciabatti e le musiche originali di Martino Vercesi. Il cortometraggio alterna il presente, affidato alla voce narrante di Melzi, e una ricostruzione fiction del passato, con Jacopo Parella nel ruolo di Manzoni. Il racconto attraversa alcune delle azioni più note dell’artista, dalle uova di Azimuth alla firma dei corpi a Copenaghen, dalla «Merda d’artista» alle «Linee», per concentrarsi infine sugli ultimi momenti della sua vita. La collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni conferisce al progetto un preciso riferimento istituzionale, cui si aggiungono il supporto dello Stedelijk Museum di Amsterdam, dove la troupe ha lavorato nel febbraio scorso, e il patrocinio della Regione Lombardia. Il film guarda anche alla Milano di Manzoni, attraverso luoghi come il Bar Jamaica, Brera e la Torre Velasca, mettendo in relazione la vicenda dell’artista con una città che negli anni Sessanta rappresentava uno dei centri della ricerca d’avanguardia europea. È tuttavia con la mostra «Piero Manzoni: Touch Me», curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttrice della Fondazione Piero Manzoni, che il progetto affronta più direttamente una delle questioni centrali della ricerca dell’artista: il rapporto tra opera, materia e spazio. Il nucleo dell’esposizione è infatti costituito dalla realizzazione, per la prima volta in Europa, di un progetto mai portato a compimento.

Nel 1961 Manzoni aveva scritto all’artista olandese Henk Peeters, esponente del Gruppo ZERO, immaginando un ulteriore sviluppo della propria idea di «spazio totale»: «una sala tutta in pelo bianco, una bianco fluorescente». La stanza prevista dall’artista non fu mai realizzata. Oggi NOTTE ne propone una ricostruzione, trasformando quell’indicazione progettuale in un ambiente nel quale il visitatore è chiamato a entrare fisicamente. Il passaggio dalla superficie allo spazio è una conseguenza significativa della ricerca sugli «Achrome», avviata da Manzoni nel 1957. La progressiva eliminazione di colore, composizione e funzione rappresentativa aveva già portato l’artista a concentrare l’attenzione sulle proprietà della materia. Nella stanza immaginata nel 1961 questa ricerca si estende però all’ambiente: l’opera non coincide più con un oggetto da osservare, ma con una situazione percettiva nella quale anche la presenza del visitatore diventa parte dell’esperienza. La seconda sala della mostra presenta una selezione di «Achrome» in cotone e fibra artificiale realizzati tra il 1960 e il 1962. Qui il bianco non è un colore, ma una forma di azzeramento che consente alla materia di manifestare le proprie caratteristiche fisiche. Morbidezza, leggerezza, tensione e gravità diventano elementi costitutivi dell’opera, mentre la forma perde progressivamente la propria autonomia.

La relazione tra le due sale mette così a confronto due modalità diverse della ricerca di Piero Manzoni: da una parte l’ambiente, che implica un coinvolgimento fisico e collettivo; dall’altra le opere, osservate a distanza ravvicinata e nella loro dimensione materica. Il punto di convergenza è l’idea di un’opera non più definita esclusivamente dal proprio supporto o dalla propria forma.

Il progetto di NOTTE interviene dunque su un passaggio particolarmente significativo della vicenda di Manzoni, senza limitarsi alla riproposizione delle opere più note. La ricostruzione dell’ambiente del 1961 consente infatti di confrontarsi con una possibilità rimasta sulla carta e di verificarne oggi le implicazioni spaziali e percettive. Il doppio appuntamento milanese esplicita inoltre la direzione intrapresa da NOTTE, che affianca alla produzione espositiva quella cinematografica e altri strumenti di comunicazione culturale. Nel caso di Manzoni, il film e la mostra funzionano come due accessi differenti alla stessa ricerca: il primo attraverso la ricostruzione biografica e il racconto per immagini, la seconda attraverso il rapporto diretto con opere e spazio.

La locandina del cortometraggio. Courtesy NOTTE

Grazia Mazzarri, 20 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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