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Giotto, «Madonna col Bambino», 1315-20 ca, The Ashmolean Museum, University of Oxford (particolare)

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Giotto, «Madonna col Bambino», 1315-20 ca, The Ashmolean Museum, University of Oxford (particolare)

Alla Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia il rivoluzionario Giotto

Tra i pregi dalla mostra, che ha stimolato restauri e consentito la ricomposizione di opere smembrate, la capacità di illustrare con efficacia quale riverbero ha avuto Giotto tra le chiese e i monti umbri su artisti reputati minori

Stefano Miliani

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Punta su un incipit ad effetto, «Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento», la mostra visitabile fino al 14 giugno nelle sale della Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia attigue al percorso museale. Per illustrare quanto il pittore lodato da Cennino Cennini e Dante abbia mutato il panorama figurativo umbro con i suoi ripetuti passaggi nella Basilica di San Francesco ad Assisi a partire presumibilmente dal 1290, i curatori Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi aprono la mostra con tre opere che attestano come in età giovanile l’artista toscano sia maturato con una velocità impressionante: da una «Madonna col Bambino» (1285-90) da San Lorenzo alla «Madonna di San Giorgio alla Costa» del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze datata intorno al 1290 si approda al «Polittico di Badia» del 1295-1300 (dagli Uffizi) dai volti psicologicamente più affinati e i volumi ancora più solidi. Nelle sezioni successive il pittore (1267 ca-1337) si riaffaccia con una donna velata da Budapest (con bottega), un’illuminante scena della «Pentecoste» dalla National Gallery di Londra, una piccola «Madonna col Bambino» dall’Ashmolean Museum di Oxford.

La rassegna ha stimolato vari restauri, ricompone opere smembrate, comprende dipinti del museo diretto da Costantino D’Orazio e capolavori dei senesi Simone Martini e Pietro Lorenzetti che, nel secondo decennio del Trecento, dal cantiere di Assisi hanno contribuito a dare un bello scossone alla pittura. Eppure, quest’indagine, scaturita da anni di studio, riserva sorprese maggiori, almeno ai non addetti ai lavori, perché fa intendere quale riverbero ha avuto Giotto tra le chiese e i monti umbri su artisti reputati minori.

Invitati a selezionare per il «Giornale dell’Arte» tre opere in grado di evidenziare quei riflessi assisiati, che cosa scelgono i curatori? Risponde per primo Zappasodi: «Il trittico dell’Assunzione del Maestro di Cesi (attivo tra la fine del Duecento e il quarto decennio del Trecento, Ndr) è sintomatico: la Madonna “sposa di Cristo” al centro che abbraccia Gesù è ripresa da Cimabue; le storie della Vergine nelle ante laterali sono in architetture che citano le storie francescane, le cubature sono più razionali, più giottesche in un mix di vecchio e nuovo». Per una nuova stagione il professore di storia dell’arte medioevale all’Università per stranieri di Siena riprende «il Maestro di Figline (attivo tra il 1315 e il 1330 ca, Ndr), giottesco della seconda fase che si forma nella Basilica inferiore nei primissimi anni Dieci del Trecento, con i suoi volumi possenti. Però il suo Polittico francescano ha anche umori un po’ visionari, anti-giotteschi», dimostrando «come Giotto abbia saputo raccogliere nella propria bottega anche personalità divergenti dalla sua». Infine, Zappasodi ricorda la Valva di dittico dalla Pinacoteca vaticana di un pittore documentato dal 1341 al 1350 ca, Puccio Capanna: «Ha un’idea della dilatazione dei volumi, una pittura quasi senza disegno e motivi come la Vergine col Bambino che presuppongono sia stato a Firenze all’inizio degli anni Trenta».

Chiamata a scegliere un altro terzetto, Veruska Picchiarelli inizia con la Croce dal museo di Montefalco di Palmerino di Guido (attivo tra la fine del Duecento e il quarto decennio del Quattrocento): «È allievo e collaboratore per eccellenza di Giotto in Umbria, lo segue per tutta la sua presenza ad Assisi. L’unico documento d’archivio con Giotto nella città di San Francesco è un atto del 1309 in cui Palmerino salda un debito per sé e per il maestro toscano, probabilmente per acquisire materiali per affrescare la Cappella Maddalena nella Basilica inferiore». Poi la storica dell’arte del museo umbro cita il giottesco Maestro della Croce di Trevi, attivo nella prima metà del Trecento: «Riprende il Maestro di Figline nell’intensità espressiva, nei colori, nel tracciato sicuro, definito e sinuoso della linea». Terzo testo, il Maestro di Fossa (prima metà del Trecento) con il suo Polittico: «È allievo del Maestro della Croce di Trevi, dà la sensazione di una staffetta di giotteschi e guarda molto a Puccio Capanna nel suo dipingere soffice, sfumato, atmosferico, nel suo essere profondamente colorista».

Citando il Maestro di Figline, lascia un forte rammarico il suo Polittico francescano del 1330 ca: con otto tavole provenienti da collezioni pubbliche e private di più Paesi, al centro resta un vuoto. La proprietà italiana non ha prestato quattro pezzi, nonostante una proposta di restauro e la sicurezza dell’esposizione perugina. Esordiscono invece in pubblico tra queste pareti su fondo azzurro intenso le quattro tavole di Palmerino di Guido del 1300-05 acquistate nel 2025 per la Galleria dall’Umbria dal Ministero della cultura.

«Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento» può essere interpretata come un sequel della mostra «Francesco e la Croce dipinta» negli stessi spazi nel 2016-17 curata dall’allora direttore del museo Marco Pierini. Accompagna la rassegna un volume di studi di 496 pagine pubblicato da Silvana editoriale con la Galleria nazionale dell’Umbria (45 euro), nel quale una robusta squadra di specialisti affianca Picchiarelli e Zappasodi. La mostra è organizzata dalla Galleria umbra con il Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, il Commissario straordinario per la ricostruzione del sisma 2016, la Regione Umbria, il Comune di Perugia, la Custodia del Sacro convento di Assisi, la Provincia serafica Ofm, l’Arcidiocesi di Perugia e Città della Pieve, Confindustria Umbria.

Giotto, «Pentecoste», 1310-18, Londra, The National Gallery

Giotto, «Madonna di San Giorgio alla Costa», Firenze, Museo Diocesano di Santo Stefano a Ponte

Stefano Miliani, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia il rivoluzionario Giotto | Stefano Miliani

Alla Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia il rivoluzionario Giotto | Stefano Miliani