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Massimiliano Cesari
Leggi i suoi articoli«Credo che ricorderò questi giorni fra i più beati della mia vita». Con queste parole, indirizzate all’amica ferrarese Nina Vendeghini, Filippo de Pisis (1896-1956) descrisse il suo soggiorno parigino iniziato nella primavera del 1925. Per l’artista si trattò in effetti di un periodo sereno, coinciso con il trasferimento, nel 1926, presso il vecchio studio di de Chirico in rue de Bonaparte. A Parigi, grazie all’amico pittore Mario Tozzi, alla fine del decennio de Pisis entrò a far parte del Groupe des Sept: un sodalizio umano e professionale, composto da Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. Condividevano una visione artistica più sensibile alle istanze culturali internazionali, rispetto alla «moderna classicità» teorizzata da Margherita Sarfatti e dai pittori del Novecento italiano. Una poetica figurativa connessa al classicismo mediterraneo di Waldemar George, poi curatore della prima monografia su de Pisis, il critico che sostenne maggiormente gli Italiens, presentandoli alla Biennale di Venezia nel 1930.
A questo momento artistico la Fondazione Biscozzi | Rimbaud di Lecce dedica, dal 14 febbraio al 10 maggio, la mostra «Filippo de Pisis e gli Italiens de Paris», a cura di Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis. Il progetto approfondisce un aspetto dell’arte italiana, compreso tra il 1928 e il 1933, quando un gruppo di autori, di forte impronta culturale italiana, scelse Parigi come epicentro dove sviluppare una ricerca figurativa più autonoma, ponendosi di fatto in contrasto con le tendenze più conservatrici, legate al primato della figura umana. Il percorso espositivo, che conta in tutto più di 30 opere, si dipana idealmente da «Dalie» (1932), tela di de Pisis di proprietà della Fondazione, e si sviluppa attraverso una ventina di lavori del pittore ferrarese (che rappresentano il nucleo centrale della mostra), licenziati tra la metà degli anni Venti e i primi Trenta, tra i quali: «Interno dello studio di Parigi» (1930) e «Natura morta marina» (1930). Accanto al corpus depisisiano si collocano le opere degli altri sei esponenti degli Italiens, in una dialettica serrata che permette di cogliere l’essenza della poetica figurativa del gruppo, percepibile pur nelle singole differenze di stile.
«Centrare l’attenzione, nel settantesimo anniversario dalla morte di Filippo de Pisis, spiega Paolo Bolpagni, su un momento specifico della sua produzione artistica è un atto che esprime la volontà di offrire elementi di ricerca originali e di adottare un preciso taglio curatoriale. Si tratta, infatti, di riflettere sul fenomeno di quei pittori italiani attivi a Parigi tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta. Fu una congiuntura particolare e straordinaria, sia per la qualità delle personalità in questione, sia per il ruolo del critico Waldemar George, cultore di un classicismo mediterraneo che i sette artisti incarnarono perfettamente ai suoi occhi». La mostra, corredata da un catalogo trilingue (italiano, francese e inglese) per i tipi di Dario Cimorelli Editore, con saggi dei curatori e la riproduzione a colori di tutte le opere esposte, permette di penetrare nel complesso dibattito culturale scaturito in Italia tra le due guerre e di conoscere le peculiarità artistiche di un «altro» Novecento e di gruppo di autori che, fuori dalla retorica autarchica del tempo, seppe confrontarsi con il mondo.
Filippo de Pisis, «Interno dello studio di Parigi», 1930, Torino, collezione privata