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Carola Allemandi
Leggi i suoi articoliLo spazio che ospita una mostra assume talvolta il ruolo di continuazione concreta del referente mostrato nelle opere, diventando l’habitat naturale di quanto è rappresentato, e dell’immagine stessa. Aldo Salucci (Roma, 1977) porta per la prima volta all’Orto Botanico dell’Università di Torino la propria ricerca fotografica in un dialogo inedito con l’ambiente che la ospita. Dal 17 aprile al 28 giugno, la mostra «Aldo Salucci. Riflessi d’acqua: tra arte e natura», a cura di Carla Testore, mette in atto un percorso costituito da una ventina di opere, creando non soltanto un discorso espositivo, ma una chiave di lettura nuova per interpretare lo spazio in cui è allestito.
A partire dalla serie «Carpe diem» del fotografo romano dedicata alla Nishikigoi, la carpa Koi che, secondo un’antica leggenda cinese, è in grado di trasformarsi in dragone dopo aver risalito la corrente. Proprio in questo caso il referente vivo, reale, che si vede nelle immagini a colori di Salucci, è presente nell’ambiente nelle vasche dell’Orto Botanico, rendendo la fotografia stessa l’innesco per intendere il mito come quella struttura narrativa potente nata però in seno a fenomeni esistenti e naturali, un pesce comune d’acqua dolce.
Rivisitando la leggenda della Nishikigoi, Salucci si avvicina alla dimensione di un immaginario antecedente ogni spettro della tecnica, portando a sua volta la fotografia a interrogarsi sulla possibilità di far propria un’iconografia pregna di significato e antica.
I colori delle stampe, il meccanismo stesso dell’attrezzatura con cui le immagini sono state realizzate, sono in effetti figli di un pensiero che ha avviato la grande parabola della rappresentazione tecnica della realtà: la fotografia, trovando i propri referenti nel mondo reale, resta spesso ancorata al dato concreto cui i suoi soggetti rimandano, al lasso di tempo che è stata in grado di cogliere. Quando il mezzo è spinto a guardarsi indietro, verso il panorama vasto della narrazione mitica e simbolica, l’asse stesso realtà-tempo si sfalda in favore di una dimensione interpretativa nuova. I colori delle carpe di Salucci saranno al contempo quelli degli animali che ha fotografato, ma anche quelli dell’animale leggendario, corrispondenti ancora a quelli viventi dell’Orto Botanico.
L’interpretazione stessa dello spazio e dell’architettura ha un ruolo centrale nel discorso di mostra: attraverso tre opere inedite dedicate alla città di Torino e ad altre immagini legate a siti urbani di rilievo nel panorama culturale italiano, Salucci mostra i simboli della nostra cultura arresi all’elemento acquatico, che nella postproduzione delle immagini vediamo sommerge teatri, strade e cattedrali, dando forma alle riflessioni distopiche che accompagnano i nostri giorni sull’innalzamento delle acque e sul fragile equilibrio tra uomo e ambiente.
Le opere di Salucci sono inoltre in dialogo con un kakemono giapponese, un dipinto a inchiostro su seta nel XIX secolo, raffigurante una carpa che risale una cascata.
La mostra, realizzata da Università di Torino, Orto Botanico-Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi e Associazione Amici dell’Orto Botanico e con il Patrocinio Regione Piemonte, Comune di Torino e Consolato del Giappone, cerca nella congiunzione tra fotografia, natura e ricerca scientifica una strada comunicativa per raccontare, come fa il mito della carpa Koi, il bisogno di uno sguardo resistente agli imperativi tecnocratici odierni, che sia capace di guardare il mondo attraverso le sue fragilità e il suo potere trasformativo.
Aldo Salucci, «Carpe Diem IV». © Aldo Salucci