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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliCi sono artisti che la storia dell’arte non dimentica, ma mette in pausa. Alice Baber è una di queste. A lungo rimasta ai margini del grande racconto dell’espressionismo astratto americano, oggi torna al centro della scena con Alice Baber: Sacred Spaces, la mostra che Phillips New York ospita dal 6 al 26 marzo e che segna un passaggio decisivo nella riscoperta critica e di mercato della sua opera.
Baber non è mai stata un’astrattista “rumorosa”. Mentre il gesto pittorico maschile di Pollock e De Kooning dominava la scena newyorkese del dopoguerra, la sua pittura si muoveva in una direzione diversa: più interna, più silenziosa, costruita su campi cromatici che respirano e vibrano come superfici emotive. Il colore, per lei, non è decorazione né pura struttura formale, ma esperienza. Un luogo da abitare. Un vero e proprio spazio sacro.
La mostra da Phillips ne ripercorre oltre vent’anni di lavoro, dal 1959 al 1981, permettendo di seguire con rara chiarezza l’evoluzione di un linguaggio che si affina senza mai perdere intensità. I primi acquerelli e oli degli anni Sessanta, raramente visibili, rivelano una fase di ricerca cruciale. Forme ancora in tensione, cromie che si addensano e si aprono, come se la pittura stesse cercando il proprio ritmo interiore. Opere come «Bright Safe» (1965) mostrano già quella fiducia nel colore come forza portante dell’immagine, mentre lavori su carta come «Yellow and Red Support» dialogano idealmente con «Noble Numbers», oggi allo Smithsonian, confermando la centralità di Baber nel nascente Color Field painting.
Negli anni successivi la superficie pittorica si amplia, letteralmente e concettualmente. In tele come «The Axe in the Grove» (1966) o «Piper’s Message», il colore si muove in campi sovrapposti, attraversati da flussi di luce che suggeriscono movimento senza mai descriverlo. Non c’è narrazione, ma evocazione. Non c’è figura, ma presenza. È qui che la pittura di Baber trova la sua voce più riconoscibile in una spiritualità laica, fatta di stratificazioni cromatiche e di equilibri instabili, sempre sul punto di trasformarsi.
Il percorso si chiude con lavori degli anni Ottanta, tra cui «The Day the Jaguar Called the Wind» (1981), realizzato poco prima della morte dell’artista. In queste opere tarde il colore sembra aver raggiunto una libertà definitiva: meno vincoli, più respiro, una sorta di abbandono consapevole che rende ancora più tragica la fine prematura di Baber, scomparsa nel 1982 a soli 54 anni.
La mostra arriva in un momento particolarmente significativo. La pubblicazione della nuova biografia di Gail Levin, Alice Baber: An Artist’s Triumph Over Tragedy, e le concomitanti iniziative museali negli Stati Uniti stanno finalmente restituendo all’artista la complessità e l’importanza che merita. Non si tratta solo di un recupero tardivo, ma di una riscrittura necessaria. Quella di un canone che per troppo tempo ha ignorato voci non allineate al mito dominante dell’arte americana del dopoguerra.
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