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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliTra le linee barocche di Palazzo Ardinghelli, fino al prossimo 6 settembre gli ultimi residui del sisma che ha colpito l’Aquila nel 2009 incrociano i brandelli depositati dal terremoto di Sichuan nel medesimo, drammatico, 2009. Si intitola Straight l’opera che apre «Aftershock», la mostra con la quale Ai Weiwei dialoga con la storia (e il futuro) dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026.
In questa installazione realizzata per gli spazi del MaXXI L’Aquila, i tondini arrugginiti recuperati clandestinamente dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan del 2009, costato la vita a oltre 90mila persone, delle quali 5.197 studenti, dialogano con la ferita della dirimpettaia Chiesa di Santa Maria in Paganica. Questi monumenti commemorativi dell’arte contemporanea, appositamente creati da Ai Weiwei per la Capitale Italiana della Cultura 2026 nell’ambito della mostra curata da Tim Marlow, guardano anche all’impalcatura che, nell’omonima piazza, sorregge la chiesa promettendo un nuovo futuro di bellezza. «L’Aquila, e in particolare questo Palazzo, aveva detto Ai Weiwei - durante la presentazione alla stampa della mostra - rappresentano la migliore location per questo progetto. È molto importante esporlo in una città che abbia condiviso un’esperienza simile a quella di Sichuan, in modo che entrambe possano dialogare con il processo di ricostruzione che ha caratterizzato l’Aquila stessa». Una parete del percorso espositivo, simile a un epitaffio, espone i nomi dei 5.197 bambini che hanno perso la vita nella tragedia di Sichuan, informazione che le autorità tengono nascosta. Da qui il conflitto, ancora in corso, con il Governo cinese, che ha portato all’arresto di Ai Weiwei, nel 2011, per ben 81 giorni, e, ancora prima, a una emorragia cerebrale in seguito al pestaggio da parte della polizia.
Il percorso espositivo, lungo cinquant’anni di pratica artistica, invita a indugiare, ragionare, tornare indietro, a interrogarsi su ciò che resta dopo l’evento, sulla violenza, la perdita, e su quanto possa essere costruito. C’è l’impatto delle catastrofi naturali e dei conflitti generati dall’uomo, e c’è la resilienza umana e la potenza dello sforzo creativo. Nella Sala 8 la sequenza di tre fotografie Dropping a Han Dynasty Urn del 1995 attira l’attenzione sulla distruzione deliberata del passato da parte del Partito Comunista Cinese. A terra giacciono resti frammentari di sculture in porcellana blu di Ai Weiwei distrutte nel 2018 assieme a uno dei suoi studi di Pechino. Nelle teche con gli oggetti del desiderio, un rotolo di carta igienica scolpito nel marmo diventa un anti-monumento, un oggetto inutile, e al tempo stesso legato all’offerta di beni quotidiani all’inizio della pandemia. Una gruccia diventa il simbolo dell’oppressione vissuta dall’artista durante i suoi 81 giorni di detenzione segreta: uno dei pochi oggetti concessi per potere asciugare il bucato la sera.
Se i lavori giovanili evocano l’influenza di Man Ray e Duchamp, la reinterpretazione di soggetti iconici di autori come Munch, Van Gogh, Ed Ruscha, passa attraverso una rielaborazione con i mattoncini giocattolo, gli stessi adoperati dai bambini per dare forma a costruzioni fantasiose. Per costruire un linguaggio che altera i comuni sistemi di valore, l’artista adopera materiali eterogenei, dalla porcellana al marmo, al vetro di Murano, con cui trasforma il classico lampadario veneziano in un promemoria dei disastri creati dall’uomo tra scheletri, organi interni, teschi. L’artista-cronista Ai Weiwei affronta anche il dramma dei migranti e dei rifugiati. Con «Floating» (2016), per esempio, una serie di video girati con l’iPhone a bordo di un’imbarcazione, riflette sul destino dei suoi precedenti passeggeri, tra oggetti superstiti come una Bibbia e un biberon. In un’altra immagine, altrettanto potente, Ai Weiwei rievoca la tragedia del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni morto al largo della costa turca nel vano tentativo di raggiungere la Grecia. In «After the Death of Marat» (2019) si ritrae nella stessa posizione del piccolo Alan sulla spiaggia di Lesbo. Anche i sei giubbotti di salvataggio per adulti, recuperati dall’artista a Lesbo, sono reperti muti di una lotta umana e della tragedia senza fine di chi ce l’ha fatta e di chi no.
Foto d’allestimento di Ai WeiWei, «Aftershock», 2026, L’Aquila, MaXXI L’Aquila. Foto Giorgio Benni, Courtesy Fondazione MAXXI