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Olga Scotto di Vettimo
Leggi i suoi articoli«La crisi e la necessaria distruzione della geometria, l’esigenza di precise metodologie, l’allargamento della percezione, l’attivazione dell’immaginazione, la ricerca di comunicazioni complesse, intercodice, ossia tra quegli spazi sconosciuti che si aprono tra codice e codice»: sono i principi guida che Francesco Vincitorio individua nell’opera di Achille Perilli (Roma 1927-Orvieto 2021) e che commenta nelle pagine del catalogo dell’ampia mostra antologica dedicata all’artista romano nel 1982 a San Marino. La pittura è per Perilli non solo un campo di sperimentazione, ma una necessaria pratica conoscitiva e di verifica teorica soggette, come la forma, a continue condizioni di trasformazione.
La napoletana galleria Alfonso Artiaco, con la prima personale dedicata all’artista (inaugurazione sabato 17 gennaio; apertura dal 19 gennaio al 28 febbraio), propone un focus su una produzione a cui Perilli lavora a partire dalla fine degli anni Sessanta, compiendo un’indagine sulla messa in crisi dei sistemi prospettici tradizionali. Percependo la prospettiva come dispositivo costrittivo, l’artista la sostituisce con un nuovo assetto instabile in cui colore, segno, tono e struttura ripensano e rifondano costantemente le loro gerarchie. In tal modo, l’opera smette di offrirsi come spazio riconoscibile e diventa un’esperienza di orientamento messo continuamente in questione. Il labirinto, teorizzato nel «Manifesto della Folle immagine nello spazio immaginario» del 1971, diviene per Perilli un principio costruttivo che spalanca le porte della percezione, un dispositivo formale segnato da percorsi simultanei in cui lo sguardo perde i riferimenti spaziali tradizionali. Tale condizione operativa del vedere, che produce un «contorto dipanarsi» in cammini «tutti eguali e tutti diversi», costituisce per l’artista romano una pratica di conoscenza che produce innanzitutto smarrimento e che conduce, pertanto, verso inaspettati sentieri. Le opere in mostra nella galleria napoletana sono costruite per passaggi minimi, attraverso trame che disorientano, e da un colore che non accompagna la forma, ma la incorpora fino a coincidere con essa, procedendo per tensioni e micro-variazioni più che per modulazioni tonali. Tale percorso conduce fino alle opere degli anni Ottanta, in cui la forma sembra estendersi oltre il perimetro della tela, e a quelle del decennio successivo e quelle più recenti, in cui il colore si fa materia autonoma, capace di spingere ancora più in là la dissoluzione dell’impianto formale.
Achille Perilli, «Dialectique du hasard», 1982. Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli