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Anna Maria Colombo
Leggi i suoi articoliFra le colline novaresi, a Boca, frazione Baraggia, si conserva una rara e inedita collezione di filarelli. Il vocabolario Treccani definisce il filarello un filatoio di legno con movimento a pedale, leggero e veloce. La filatura, lo si ricorda, è una attività che consente di trasformare la fibra tessile (lana, canapa, lino e altre) in un filo continuo e ritorto idoneo per la tessitura.
Realizzata a partire dagli anni Ottanta da Claudio Valazza, originario del luogo e di professione restauratore di opere d’arte, la collezione si compone oggi di più di duecento esemplari, a partire dalla fine del Seicento alla fine dell’Ottocento. Ne fa fede la data che ciascun filarello porta incisa o dipinta. Un foglietto manoscritto, fissato con una puntina da disegno alla scansia dove gli oggetti trovano posto, testimonia la passione e l’acribia del collezionista: come si legge mancano sedici pezzi per completare la serie degli anni del XIX secolo. Retrocedendo nel tempo gli esemplari si riducono; quelli appartenenti al XVII secolo sono un numero modesto. Costruiti soprattutto in legno di frassino, faggio, e noce, i filarelli sono sia intagliati, sia torniti e poi assemblati ad incastro; le ruote o girelle, composte da segmenti arcuati, possono avere sei o otto raggi, persino dieci in due esemplari. Piccoli motivi decorativi incisi, pirografati, dipinti o intarsiati abbelliscono questi strumenti di lavoro. In un filarello datato 1812, la traversina appena sopra la ruota (la s’impugna per spostare agevolmente lo strumento) ha degli anellini che possono liberamente muoversi, ma non possono sfilarsi. Tale artificio, puramente giocoso, prende il nome di lavorazione ad anello prigioniero ed è una delle tecniche più classiche e affascinanti della tornitura artistica. Nelle traverse superiori del filatoio trova posto la data, a volte accompagnata dalle iniziali del nome del possessore o del fabbricante, anche d’entrambi. In qualche caso l’identità è dichiarata per esteso, come nell’esemplare datato 1879, dove leggiamo, in caratteri gotici dipinti in nero, Lisette Greuter. Forse un regalo di nozze.
Il cognome germanico della donna ci conduce all’origine della collezione. Essa è in grande misura costituita da oggetti provenienti dal territorio svizzero del Vallese, ma non mancano esemplari ritrovati ad Alagna e Macugnaga e in Val Formazza, aree tutte d’antico insediamento walser sulle pendici del Monte Rosa. È cosa nota che queste comunità alpine, immerse in un tempo ciclico e saldamente rurale, erano solite datare i loro manufatti, dalle abitazioni agli utensili, ma certo la collezione composta da Claudio Valazza ne è una straordinaria dimostrazione. Nell’arco cronologico di più di due secoli tracciato dalla raccolta trascorrono davanti ai nostri occhi nove generazioni di donne intente a filare con uno strumento che, lo vediamo nel ripetersi degli esemplari, si mantiene identico nel tempo. Ma per coloro che vissero nel XVII secolo si trattò di un apparecchio innovativo in quanto portatore di un perfezionamento tecnico della massima importanza, capace di rendere la filatura un procedimento più semplice e produttivo. Dopodiché il filarello divenne un apparecchio di casa, da sempre lì, e che sarà accantonato solo con il venir meno delle economie di autosufficienza, come lo era quella walser , sotto la spinta prepotente dell’industrializzazione. Il nuovo strumento, le cui prime attestazioni documentarie provengono, in accordo con l’origine stessa della collezione, dall’area tedesca e datano tra la fine del Quattrocento ed i primi decenni del Cinquecento, ha la peculiarità di consentire alla filatura di procedere continua, poiché nel medesimo tempo il filo si forma e si avvolge. Fino ad allora (nella filatura a mano con il fuso, oppure con un filatoio in cui una puleggia mossa dalla mano fa girare il fuso) l’azione risultava intermittente in quanto prima si creava una data lunghezza di filo, poi lo si avvolgeva. Il dispositivo che produce il vantaggio descritto prende il nome di fuso ad alette. I filatoi così provvisti si distinguono in «orizzontale» o «verticale» a seconda della posizione del dispositivo di filatura rispetto alla ruota.
I meccanismi del fuso ad alette
La quasi totalità degli esemplari della raccolta Valazza appartengono al modello verticale, dei due il più essenziale e persino elegante: soprattutto, grazie alla maggiore altezza del telaio, si fanno notare i pezzi provenienti dal territorio svizzero del Vallese.
Ne Il lavoro dei contadini del linguista ed etnografo svizzero Paul Scheuermeier , fondamentale ricerca sulla cultura materiale del mondo contadino agli inizi del Novecento in Italia e nella Svizzera meridionale, troviamo la classificazione dei filatoi con tanto di provenienza e distribuzione geografica. Lo strumento che a noi interessa è definito filatoio a pedale o filatoio ad aletta e la sua descrizione è corredata di una bella fotografia scattata nel 1923 a Trasquera (Vb), località prossima al confine con la Svizzera, sulla strada del Sempione. Finalmente vediamo un filarello che, completo di tutti i suoi elementi, cavi di trasmissione compresi, è in funzione. La didascalia della fotografia contiene un’interessante informazione: si dice che la donna tiene la lana in grembo «alla maniera dei tedeschi di Formazza». Più comunemente il filatoio veniva alimentato facendo uso della rocca. La collezione Valazza comprende alcune rocche provviste di piedistallo.
Nella ricerca di Paul Scheuermeier si è già detto che la classificazione degli attrezzi usati nel mondo contadino va di pari passo con l’annotazione di come fossero distribuiti sul territorio preso in esame. Nel testo il risultato è sempre visualizzato a mezzo di una mappa commentata. «A prima vista si nota subito che ancor oggi in Italia si fila a mano con fuso e rocca. Solo certe zone influenzate da altre culture, come i Grigioni, il Trentino e la Val d’Aosta, hanno abbandonato la filatura a mano sostituendovi il filatoio […]. Il filatoio a pedale o ad aletta è del tutto sconosciuto al sud, mentre nell’Italia centrale se ne trovano rare e poche sicure testimonianze. Si tratta di un tipo nuovo o nuovissimo e di origine straniera. La loro provenienza e distribuzione geografica rimandano chiaramente verso i paesi del settentrione e dell’occidente».
Il commento necessita di una correzione, di cui l’autore non avrebbe di certo a male: il filarello ha un dispositivo, il fuso ad alette, innovativo sì, eppure antico. Lo testimonia il primo esemplare in ordine cronologico della collezione Valazza: la data è 1690.
La collezione è alla ricerca di un acquirente, però nella sua interezza; richiesta fondata e lecita al fine di salvaguardare quel tratto di storia della cultura materiale che nel suo insieme la collezione racconta. Ma vi è un’altra ragione. Il suo fascino deriva dalla ripetizione e al tempo stesso dalla variazione. Come le foglie degli alberi (scegliamo il frassino, essenza prediletta dalle genti walser), sono tutte uguali e tutte diverse, così i filarelli. Per più di due secoli il tipo di filatoi in uso in queste comunità alpine è rimasto invariato; la differenza è nei particolari decorativi che, in quanto tali, oltrepassano la categoria della cruda necessità. Ed è questo che incanta.
Particolare di un filarello, 1690
Anna Maria Colombo
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