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Wendall Castle, «Dining table», 1971

Courtesy of Phillips

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Wendall Castle, «Dining table», 1971

Courtesy of Phillips

A New York Phillips compone un atlante di desideri moderni

Nell’asta di dicembre il design americano e francese del secondo Novecento diventa lente per leggere l’eredità, e la mutazione, della scultura funzionale

Monica Trigona

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Una costellazione che scivola tra arti visive e arti applicate, tra ritualità domestiche e gesti di pura invenzione. A guidare il catalogo dell'asta newyorkese di Design di Phillips (13 dicembre) è Wendell Castle, figura cardine dello Studio Furniture americano. Il suo tavolo da pranzo del «1971» (stima: 150mila–200mila dollari), al debutto in asta, si presenta come un organismo asimmetrico scolpito nel noce tramite stack lamination: una sintesi perfetta di ritmo, metamorfosi e libertà formale. Il dialogo con il tavolo del 1966 e con le sei sedie coeve, offerte come lotti distinti, amplifica la sua visione scultorea, mostrando come Castle abbia sempre cercato di emancipare il mobile dal vincolo funzionale per farlo entrare nell’orbita dell’arte.

Dall’altra parte del campo visivo, Guy de Rougemont lavora sulla luce e sulla superficie. Il suo «Nuage», circa 1974 (stima: 100mila–150mila dollari), restituisce tutta la poetica francese degli anni Settanta, sospesa tra Pop, Minimal e onirismo. Le ellissi sovrapposte, il top in ottone lucido e la base in metacrilato illuminata dall’interno creano una nuvola densa di storia: dal debutto con Henri Samuel alla consacrazione fotografica su «Architectural Digest» nel 1974. Un oggetto che sembra dissolversi mentre lo si osserva.

 

Guy de Rougemont, «Nuage», coffee table illuminato, circa 1974. Courtesy of Phillips

George Nakashima, invece, ricompone la materia in un rituale quasi liturgico. La sua presenza in asta è ampia: dal «Minguren II» del 1966 alle sedute «Mira», fino ai mobili più rari destinati a sorprendere i collezionisti. Le superfici vive del noce americano e l’integrazione del pandanus trasformano ogni pezzo in un incontro intimo tra artigianalità giapponese e modernismo occidentale. Non sono semplici mobili ma sorta di «meditazioni sul tempo della natura».

Nella genealogia dello Studio Furniture, Judy Kensley McKie porta un’estetica animista che vibra tra mito e ironia. La presenza delle sue tavole «Chase» (1987, stima: 40mila–60mila dollari) e «Duck» in due lotti distinti conferma la crescente centralità dell’artista, reduce dal record raggiunto in giugno con il «Fish bench». Le sue figure zoomorfe, eredi di iconografie africane, Pre-Colombiane e Native, affermano una scultura domestica che sconfina nella fiaba. La fusione in bronzo, suggerita da Garry Knox Bennett, dona ai suoi animali un’aura di permanenza antica e giocosa allo stesso tempo.

La sezione dedicata alla luce si concentra sulla magia plastica di Albert Cheuret e della sua «Hérons», un soffitto Art Déco in miniatura dove gli aironi in bronzo sembrano custodire una nube di alabastro. È un gesto sospeso tra naturalismo e teatro visivo, tipico della produzione dell’artista alla metà degli anni Venti. Infine, la ceramica si fa pura alchimia nelle mani di Kathy Butterly, in asta con cinque lavori tra cui «Nerfana», «Peel», «Pep», «Pantyhose and Morandi» e «Green Reach». Fino a quaranta cotture per ottenere forme che si torcono, collassano, si rivelano: oggetti che sembrano più creature che vasi, microcosmi barocchi in cui la ceramica riacquista una centralità radicale. L’asta del 13 dicembre — anticipata da una mostra pubblica a 432 Park Avenue dal 5 al 12 — costruisce sicuramente una narrazione sulla forma come campo instabile, dove oggetto e scultura si scambiano i ruoli.

Louis Süe and André Mare, «Mantel clock», model no. 5524 , ca 1923. Courtesy of Phillips

Monica Trigona, 05 dicembre 2025 | © Riproduzione riservata

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