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Francesco Sala
Leggi i suoi articoliLa fotografia non mente, perché cattura in modo meccanico la realtà. Eppure la fotografia sa mentire, perché di quella realtà può vedere, a volte, sfumature solo parziali. E perché la fotografia è materia che continua a vivere anche dopo l’attimo fatale dello scatto. Nella manipolazione, nell’interpolazione, nella destrutturazione e successiva ricomposizione. In principio furono i collage e i fotomontaggi: come dimenticare quelli con cui John Heartfield si prendeva gioco dei nazisti? Oggi quegli stessi metodi si arricchiscono delle potenzialità offerte dall’IA.
Una dozzina di artisti si dà appuntamento nelle sale di Autograph a Londra sotto il cartello di «I Still Dream of Lost Vocabularies», per discutere dell’aderenza, oggi, tra fotografia e verità. Per affrontare l’immagine fotografica come punto di partenza per intrecci, rimozioni, cancellazioni che fanno dell’arte uno dei linguaggi del dissenso.
E la parola intreccio non è casuale, perché la mostra (fino al 21 marzo) ha un carattere tattile di forte densità. Come nell’arazzo di Jess Atieno, ma soprattutto nella serie di quelli creati da Qualeasha Wood. I selfie dell’artista vengono riprodotti al telaio seguendo il concetto che un pixel altro non è che la trasposizione in ambiente digitale di un punto cucito; il corpo gioca con l’iconografia dell’arte sacra per affrontare i temi del ruolo della donna e della discriminazione nei confronti delle minoranze etniche. Dal macro al micro, dall’universale all’individuale: non tutte le donne, ma una donna in particolare quella su cui si concentra Sabrina Tirvengadum, che sfrutta l’IA per risarcire la storia della propria famiglia di un torto subito. Non ci sono immagini felici del passato nell’album della bisnonna costretta a servire in casa di un ricco possidente, subendo maltrattamenti a lungo taciuti: è l’artista a costruirle ex post, senza obliare però malinconia e sofferenza.
Non è così frequente imbattersi nella serie «Trespass» di Sunil Gupta, unico collage mai realizzato dall’artista, che nella prima metà degli anni Novanta intuisce le potenzialità dell’ambiente digitale e lavora con uno dei primissimi modelli di personal computer Apple commercializzati su larga scala. Le immagini passano dalla Germania fresca di riunificazione all’appartamento dello stesso Gupta, interrogandosi sulla condizione dei migranti e su quella della comunità queer in un’Europa in vorticosa trasformazione.
Henna Nadeem, in mostra anche un suo lavoro inedito commissionato per questa esposizione, recupera paesaggi che vengono da riviste e depliant turistici, li sovrappone e cesella poi gli strati più superficiali in punta di taglierino. Ricrea motivi geometrici che arrivano dalla cultura araba e dall’Estremo Oriente, cela e svela montagne e deserti, distese di acque placide e luci sfolgoranti di metropoli infinite; compone delicatissimi ricami di carta, un vedo e non vedo dove l’elemento naturale si piega, ma mai soccombe, alle sovrastrutture che la società impone. In quale misura siamo il luogo che abitiamo, e quanto piuttosto il luogo che abitiamo è immagine riflessa di noi stessi? E parlando di luoghi, ecco le mappe. Reena Saini Kallat ricalibra il planisfero in base alla forza dei diversi passaporti, ripartisce le diverse nazioni in zone di inclusione e zone di esclusione; Arpita Akhanda rielabora l’esplosione del subcontinente indiano a seguito dell’indipendenza, intrecciando cartine geografiche e ritratti di famiglia.
Nel suo «L’occhio sintetico», Fred Ritchin stima che ogni ora si scattino al mondo circa 200 milioni di fotografie, a cui si aggiungono quelle generate dall’IA. E che una fetta molto rilevante di tutta questa produzione finisca in rete, a disposizione di chiunque, in modo spesso acritico e incontrollato. La mostra «I Still Dream of Lost Vocabularies» galleggia sulla superficie di questa stordente massa di immagini, getta la lenza e aspetta con pazienza che piccoli frammenti preziosi si aggancino all’amo. Nell’impossibilità di mettere ordine al tutto, ne ferma almeno una piccola parte.
Sheida Soleimani, «Magistrate», 2024, dalla serie «Ghostwriter». Courtesy l’artista e Edel Assanti. © Sheida Soleimani