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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoli«Ci siamo affacciati sul precipizio del sapere di Umberto Eco, dicono Ilaria Bortolotti, referente della biblioteca e Francesco Citti, presidente della Biblioteca Universitaria di Bologna. A colpire, negli anni di studio del progetto curato da Francesca Tancini, di primo acchito può essere la sua attenzione al mondo dei fumetti, con l’intera collezione della rivista Linus che contribuì a fondare nel ‘65 oppure la vicinanza sugli scaffali di opere di Carlo Collodi col suo Pinocchio e del poeta Carducci. Ma ovviamente interessa soprattutto la qualità di fondo di questa biblioteca, il criterio di organizzazione autoriale che segue il principio del “buon vicino” teorizzato da Aby Warburg e sottoscritto dallo stesso Eco, le relazioni interdisciplinari, i rimandi tra i testi e le affinità tematiche che costituivano parte integrante del metodo di lavoro del grande semiologo e scrittore».
Il primo luglio, nell’ala novecentesca di Palazzo Poggi, la sede centrale dell’Alma Mater, è stata inaugurata la Biblioteca Umberto Eco: il nuovo spazio con oltre 32mila libri posti su due piani e divisi in sette saloni tematici, destinato a diventare il principali centro internazionale per lo studio dell’opera dell’autore de Il nome della rosa, arriva a dieci anni dalla scomparsa di Eco (Alessandria 1932 - Milano 2016) e ripropone (nel medesimo ordine anche se in spazialità molto differenti rispetto all’appartamento fronte Castello di Milano) la sua biblioteca «casalinga» con l’indicazione delle migliaia di pagine glossate su 2.700 libri dall’autore già disponibili sull’Opac delle biblioteche nazionali.
Tale apertura, alla quale hanno partecipato la vedova di Eco, Renate Eco-Ramge e i figli Stefano e Carlotta («i libri, dice il primo, erano la sua risposta a qualsiasi domanda anche quando eravamo dei ragazzi e non era sempre semplice. La dislocazione dei libri è quella della casa di Milano e c’è la possibilità, tramite cartelli, di comprendere la struttura della biblioteca originaria e devo dire che provo nostalgia ma anche contentezza per la sua nuova vita») oltre al rettore dell’ateneo Giovanni Molari, alla sottosegretaria del MiC Lucia Borgonzoni (la famiglia ha donato anni tutti i libri allo Stato, i 1.500 più antichi sono alla Braidense di Milano da tempo) e al sindaco Matteo Lepore, rappresenta un traguardo scientifico oltre che simbolico.
La biblioteca, infatti, non costituisce una «semplice» benché smisurata raccolta bibliografica, ma «fotografa» la configurazione intellettuale costruita dallo stesso Eco nel corso di decenni di ricerca. Filosofia medievale, semiotica, linguistica, teoria della comunicazione, letteratura, fumetto, cultura di massa, esoterismo e storia delle idee sono i settori principali della sua biblioteca; a colpire è invece il relativamente basso numero di libri di arte mentre un’ampia sezione è su cabala, magia, alchimia, occultismo e teorie cospirazioniste, temi su cui Eco tornava di continuo nei saggi e in romanzi come Il pendolo di Foucault o Il cimitero di Praga.
La nuova biblioteca nasce inoltre come infrastruttura di ricerca aperta, visto che la prima sala, contenente molti fumetti, conserva tutte le circa 2mila traduzioni dei suoi volumi in molte lingue (qui colpisce la storica prima edizione Bompiani de Il nome della rosa, collocata in una posizione non di particolare rilievo), è destinata a crescere perché lo scrittore continua ad essere molto tradotto così come sono già 600 le tesi di laurea dedicate a lui. Per ora alle 4 postazioni interne della Biblioteca Eco si accede su prenotazione (scrivendo a bibliotecaeco@unibo.it) e la consultazione non è a scaffale aperto, ma assistita dal personale: ogni volume infatti va ricollocato esattamente dov’era al momento della morte del professore. «Di recente, conclude il rettore Monari, abbiamo perso grandi nomi legati ai libri, l’editore di Zanichelli Federico Enriques poi il librario Romano Montroni e più di recente il grande storico Carlo Ginzburg. Ora questa apertura che vede Bologna ancora al centro dei libri e della storia: Eco ha avuto 40 lauree honoris causa e avrebbe potuto andare in qualunque università del mondo a insegnare, invece è rimasto all’Alma Mater da metà anni Settanta al 2008».
Stefano Luppi
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