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Niki de Saint Phall, «Tarocchi, La Temperanza», 2002, Landesmuseum Württemberg

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Niki de Saint Phall, «Tarocchi, La Temperanza», 2002, Landesmuseum Württemberg

A Bergamo il fascino senza tempo dei tarocchi

All’Accademia Carrara ricomposto, per la prima volta da quando fu disperso a fine ’800, il mazzo «Colleoni», commissionato a metà ’400 da Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Prossima tappa la Morgan Library di New York

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Tra gli innumerevoli tesori delle collezioni dell’Accademia Carrara uno, singolare, è rappresentato dai 26 tarocchi del mazzo detto «Colleoni», dai loro ultimi proprietari: il più completo che sia giunto sino a noi, con le sue 74 carte divise tra la Carrara, The Morgan Library di New York (35 carte) e una collezioni privata bergamasca (13), che per la prima volta viene ricomposto nella sua completezza da quando fu disperso, negli anni ‘90 dell’800. L’occasione, eccezionale, è la mostra «Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna», curata da Paolo Plebani per l’Accademia Carrara (di cui è il conservatore), dove sarà visibile dal 27 febbraio al 2 giugno, in attesa di una seconda tappa alla Morgan Library. Cuore della mostra è il mazzo Colleoni ma il percorso, che scorre per sette secoli fino al ’900 e alla contemporaneità, è arricchito da preziose opere e oggetti d’arte. 

Ma che cos’è il mazzo Colleoni? Insieme al «Visconti di Modrone» (Beinecke Library, Yale University) e al «Brera-Brambilla» (Pinacoteca di Brera), i suoi tarocchi fanno parte dei sontuosi mazzi Visconti-Sforza, commissionati alla metà del Quattrocento dai Signori di Milano ad artisti famosi del tempo, come Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara.

«Il luogo d’elezione dei tarocchi furono le corti padane del XV secolo: Milano e Ferrara prima, poi Firenze e Bologna, spiega Paolo Plebani a “Il Giornale dell’Arte”. Non a caso l’iconografia è cavalleresca e cortese. Sappiamo che i committenti dei tarocchi Colleoni furono, alla metà del XV secolo, Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ma grazie a un recente progetto di diagnostica non invasiva che coinvolgeva noi (con il Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale), la Morgan Library e la Beinecke Library, ora li conosciamo più a fondo: sappiamo, per esempio, che le immagini sono dipinte su un cartoncino formato da otto sottili fogli di carta pressati tra loro e incollati con colle animali e da un ultimo foglio, sul retro, leggermente più grande e ripiegato ai bordi sul fronte, a formare una sorta di cornice. Sappiamo anche che ci sono arrivati senza significativi interventi e che se l’oro delle carte Yale è stato usato in purezza, quello delle carte Colleoni era “oro di metà”, contenendo una percentuale più bassa del metallo. È comunque molto probabile che mazzi di questo pregio fossero doni diplomatici e non fossero usati per giocare».

In mostra, dopo la sala in cui si indagano gli svaghi delle corti esponendo scacchiere, libri miniati, un arazzo di caccia, il manoscritto del «Guiron Le Courtois» aperto dove si parla del gioco, si entra nel vivo con le raffigurazioni, in miniature e dipinti, dei Trionfi di Petrarca che, aggiunge Plebani, «con i carri trionfali e le loro figure allegoriche rappresentano i precedenti intellettuali e iconografici dei tarocchi. Tanto che per tutto il Quattrocento i tarocchi si chiamarono “Trionfi”». 

In mostra figurano esemplari di tutti i mazzi Visconti-Sforza, in cui ricorre lo stesso il vocabolario iconografico (l’Imperatore, l’Imperatrice, il Papa, la Papessa, il Bagatto e così via), mentre al solo mazzo Colleoni ricostituito è dedicata un’intera, spettacolare sala. Poi, il punto di svolta, all’avvento della stampa. È allora che i tarocchi diventano prodotti seriali («abbiamo rari fogli di stampa non ritagliati dalla National Gallery di Washington», segnala il curatore), popolari, trovando poi un nuovo utilizzo, divinatorio: «Alla fine del Settecento l’erudito ed esoterista Antoine Court de Gébelin pubblica infatti la sua monumentale enciclopedia Le mond primitif, con un saggio sui tarocchi, che a suo dire sarebbero ciò che resta dei principi sapienziali degli egizi: una falsa notizia, commenta Plebani, che però alimentò il loro uso occultistico fino al primo ’900».  

Il percorso continua poi nel pieno ’900, con la fascinazione esercitata dai tarocchi su figure come André Breton (c’è il suo «Jeu de Marseille» e il libro Arcane 17, illustrato da Roberto Matta), Victor Brauner («Il surrealista», in realtà un Bagatto), Leonora Carrington e Niki de Saint Phalle, con il progetto del suo «Giardino dei Tarocchi» a Garavicchio, in Toscana. Con un’unica incursione nel nostro secolo: i 22 acquerelli degli Arcani Maggiori, opera di Francesco Clemente, con cui il percorso si chiude.

Bonifacio Bembo, «Tarocchi, Due di coppe», 1455-80, Bergamo, Accademia Carrara

Antonio Cicognara, «Tarocchi, Il Mondo», 1455-80, Bergamo, Accademia Carrara

Ada Masoero, 15 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

A Bergamo il fascino senza tempo dei tarocchi | Ada Masoero

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