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5 febbraio 1916: il Dada è tratto

Guglielmo Gigliotti

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Cent’anni fa nasceva la più eversiva e dissacrante avanguardia: una mostra ne ricostruisce l’«archivio visivo» che il fondatore Tristan Tzara pensava come una sorta di antilibro

La città in cui il Dadaismo nacque il 5 febbraio 1916 celebra questo centenario con una mostra sui 200 lavori destinati a quello che sarebbe potuto divenire il libro d’artista del secolo. Proprio dal 5 febbraio, e fino al primo maggio, la Kunsthaus di Zurigo ospita la mostra «Dadaglobe Reconstructed», che riunisce tutto quel materiale che dadaisti di tutta Europa e d’America inviarono nel 1921 al fondatore del movimento, Tristan Tzara, per realizzare una pubblicazione unitaria che rappresentasse l’universo Dada. È il «Dadaglobe», sorta di antilibro, destinato a essere realizzato con l’inventiva paradossale e provocatoria propria del movimento che ebbe vita fino al 1922, impaginando, nel progetto, fotomontaggi, collage, disegni, autoritratti ironici, poesie, testi programmatici privi di senso, irrazionali progetti grafici per pagine assurde, dichiarazioni solenni e confuse abbinate a raffigurazioni grottesche. Impegnato in altri progetti e privo di risorse economiche, Tzara non riuscì a portare a termine il «Dadaglobe», i cui materiali ora, Zurigo, pacifica città che diede i natali all’avanguardia più esplosiva del XX secolo, ripropone, con la curatela di Cathérine Hug e Adrian Sudhalter, offrendolo anche come spunto di riflessione sull’attualità.

La mostra è sicuramente un’occasione per fare il punto sull’intero movimento il cui nome non voleva dire nulla, essendo rappresentati, tra i quaranta firmatari delle opere, quasi tutti quegli artisti che vi aderirono. Tra gli artisti figurano infatti Hans Arp, Max Ernst, Hannah Höch, George Grosz, Raoul Hausmann, Francis Picabia, Man Ray, Hans Richter, Kurt Schwitters e John Heartfield. Non manca il poeta André Breton, che a quel tempo stava elaborando le teorie del Surrealismo, che fondò nel 1924, facendovi aderire gran parte degli artisti dadaisti, conferendo una «regola» alla «follia» Dada. I dadaisti, infatti, per il mondo erano dei pazzi; per loro era pazzo il mondo. A cospetto di coloro che ritenevano fosse giusto e sano il massacro di milioni di giovani nella prima guerra mondiale, essi scelsero di apparire «folli» e inneggiare alla libertà della mente quando è felice. Negavano tutto, anche se stessi, anche Dada, perché affermavano la vita, e per questo fecero scandalo. Scrisse Tristan Tzara nel manifesto Dada del 1918: «La magia di una parola - Dada - che ha messo i giornalisti davanti alla porta di un mondo imprevisto, non ha per noi alcuna importanza. (...) Io scrivo un manifesto e non voglio dire nulla e tuttavia dico certe cose e sono per principio contro i principi, decilitri per misurare il valore morale di ogni frase».

Anche i dadaisti volevano fare a pezzi la realtà, ma non con le granate, come gli eserciti in lotta, bensì con la fantasia creatrice. Di qui, come manifestato dai lavori postbellici in mostra a Zurigo, lo svolgimento di pratiche quali lo smembramento di immagini ottenuto con i collage o con i fotomontaggi, gli assemblaggi incongruenti e l’anarchia di composizioni grafiche ironiche e impossibili. Il nonsense si rivela un senso più profondo delle cose e il sorriso un modo per raggiungerlo. Un’opera di Blumenfeld in mostra inneggia a Charlie Chaplin in qualità di «presidente Dada»: Charlot fu un mito dei ragazzi che fecero guerra alla guerra con i mezzi dell’arte, ritenendo molto più serio il comico straccione rispetto ai generali che ordinavano la mattanza di un’intera generazione. La Svizzera era allora neutrale, e gli artisti e poeti che risposero all’appello di Hugo Ball, poeta e fondatore del Cabaret Voltaire a Zurigo, a convenire il 5 febbraio 1916 nel suo locale per leggere liberamente le loro poesie ed esporre le loro opere, erano tutti intellettuali in fuga dalla guerra. Tra di loro l’allora poeta romeno ventenne Tzara e il suo amico artista Marcel Janco. Nacque così, quasi per caso, un’avventura che ha ancora molto da dire.

Guglielmo Gigliotti, 02 febbraio 2016 | © Riproduzione riservata

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