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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliCon la mostra antologica «50 anni di pittura», in programma a Palazzo Lombardia nello spazio IsolaSet (dal 4 al 23 febbraio), a Milano, la Regione Lombardia celebra uno degli esponenti più coerenti e radicali della Pittura Analitica italiana: Enzo Cacciola (Arenzano, 1945). A curare l’esposizione è Alberto Fiz che ha selezionato 49 opere tra le più significative del percorso dell’artista, dai primi anni Settanta fino agli sviluppi più recenti, molte delle quali di dimensioni monumentali. Il filo conduttore della mostra è chiaro: un’indagine autonoma, problematica, condotta «in un dialogo sempre vivo con la pittura», dove la pittura è luogo di sperimentazione e di verifica. Non è un caso che Cacciola, già dagli anni Settanta, abbia scelto materiali industriali e anti-artistici– cemento, asbesto, alluminio – che, secondo le sue parole, «permettono di fare pittura verificando la reazione dei materiali diversamente estetici entrati di forza nella categoria arte». Negli anni Duemila questa sperimentazione si arricchisce del multigum, una guaina impermeabilizzante, mentre negli ultimi anni entra in gioco la tela di jeans, che interagisce con i materiali industriali aprendo nuovi orizzonti espressivi.
Enzo Cacciola, «18-7-1974», cemento e asbesto su tela
Enzo Cacciola, «Senza titolo», 2018, installazione di nove opere, multigum su tela e ferro
Come ricorda il curatore, Cacciola è stato tra i protagonisti più coerenti di un’esperienza che oggi appare come un «non-movimento», un corpo fluido della pittura difficile da identificare, ma di grande rilevanza: «La ricerca analitica rappresenta il desiderio condiviso da molti artisti europei di fare dell’arte uno spazio di pittura e non uno spazio per la pittura, secondo la felice intuizione di Giorgio Cortenova. Italia, Germania, Francia e Olanda hanno contribuito, in ordine sparso, a esprimere questa esigenza ridando vigore a un metodo che sembrava superato e non lo era affatto», afferma da parte sua l'artista che ricorda con chiarezza il contesto storico della sua affermazione internazionale: «Nella mostra Analytische Malerei, tra gli italiani, ero presente insieme a Giorgio Griffa, Carmengloria Morales, Gianfranco Zappettini, Carlo Battaglia, Paolo Cotani e Claudio Verna. Quella rassegna è stato il trampolino di lancio per Documenta 6, dove, insieme a me, hanno esposto Morales, Zappettini, oltre a Claudio Olivieri e Lucio Pozzi». L’esperienza degli analitici italiani era caratterizzata da rapporti variabili, talvolta cordiali e talvolta conflittuali, ma sempre guidata dall’indipendenza creativa: «Quell’esperienza è ancora in buona parte da scoprire e la sua vera storia non è stata scritta», osserva oggi l’autore di origine ligure .
Questa autonomia è uno degli aspetti centrali della sua ricerca: Cacciola ha sempre privilegiato il processo operativo rispetto al risultato estetico, affermando con ironia che «la pittura rappresentava un lasciapassare… un escamotage per essere riconosciuto». La materia e i materiali diventano così mezzi di provocazione, strumenti con cui interrogare il reale e le convenzioni artistiche: cemento, multigum, viti, bulloni e tela di jeans si trasformano in strumenti di acuta sperimentazione, capaci di coniugare poetica e processo, percezione e concetto. Come sottolinea ancora Fiz, «Oggi la frammentazione rappresenta un elemento di forza e consente di far emergere le singole individualità. Forse allora si è insistito troppo sul concetto di pittura senza coglierne il suo grado di devianza e di provocazione». La pittura analitica, lungi dall’essere un fenomeno accademico, si configura così come un laboratorio continuo dove l’opera è testimonianza di un percorso critico, sociale e percettivo, non semplice oggetto decorativo. L’esposizione di Palazzo Lombardia celebra un artista e un’intera filosofia della pittura, quella che trasforma il lavoro in processo e il processo in opera mantenendo sempre vivo il dialogo tra materia, gesto e concetto.