Warhol cattolico per tutta la vita

La retrospettiva dell’Aspen Art Museum mette in luce vicende dell’artista che ne fecero un outsider

Andy Warhol, «Sunset film», 1967. © Andy Warhol Museum
Viviana Bucarelli |  | Aspen

Ha reso Marilyn Monroe, Liz Taylor e Liza Minnelli capolavori per l’eternità. E ha anche fatto dei barattoli delle zuppe Campbell e delle bottiglie di Coca-Cola delle icone universali. Creatore della Pop art, voce del consumismo e dell’ossessione per le celebrità, era, al tempo stesso, artista puro e geniale che «si prese gioco del mondo nel far credere che le sue uniche ossessioni fossero i soldi, la fama e il glamour», come scrisse John Richardson nell’elogio funebre a lui dedicato.

Di Andy Warhol è stato scritto e detto moltissimo, ma ora due mostre si soffermano su aspetti meno noti e studiati. L’Aspen Art Museum, fino al 27 marzo, presenta «Andy Warhol: Lifetimes», un’ampia retrospettiva che mette luce su aspetti della sua vita che ne fecero un outsider. La mostra guarda alla sua arte attraverso il filtro della sua storia di figlio di emigranti slovacchi e dell’evoluzione della sua identità di giovane timido gay cresciuto negli anni ’30 e ‘40 in quello che lui definì «il ghetto slovacco di Pittsburgh» come ha ricordato il curatore Gregory Muir, del suo rapporto con la religione (era cattolico praticante fin dall’infanzia quando frequentava la chiesa bizantina ruteniana di S. Giovani Crisostomo) e della sua paura della morte.

In mostra un’ampia selezione dei suoi lavori, dai disegni degli anni ’50, tra cui numerosi ritratti, fino alle opere che lo resero celeberrimo, tra cui «Before and After» (1961) sulla sua ossessione per la bellezza; «Silver Clouds» (1966) l’installazione con cui annunciò l’abbandono della pittura per il film making, e che sancì l’argento come sua cifra distintiva (sarà il colore della sua parrucca e quella delle pareti della Factory); la serie «Ladies and Gentlemen» (1975), realizzata dopo che Valerie Solanas gli sparò e lo ferì in modo gravissimo e «Sixty Last Suppers», rielaborazione del capolavoro di Leonardo.

La produzione di oltre 100 variazioni di vari formati e colori de «L’Ultima Cena» sono anche al centro dell’altra mostra «Andy Warhol: Revelation» che, fino al prossimo giugno, il Brooklyn Museum di New York dedica in modo particolare alla produzione dell’artista legata alla sua fede che lo accompagnò tutta la vita.

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