Vita perigliosa di Megollo Lercari

Alessandra Di Castro allestisce una rara mostra nella sua galleria in piazza di Spagna con pochissimi pezzi, tra arti decorative, scultura e pittura, spesso inediti o provenienti da collezioni private

Bacile e stagnara con le imprese di Megollo Lercari e le Virtù teologali e cardinali (1565)
Francesca Romana Morelli |  | Roma

Dal 9 dicembre al 15 gennaio Alessandra Di Castro allestisce una rara mostra nella sua galleria in piazza di Spagna, «Capolavori riscoperti del Rinascimento», costituita da pochissimi pezzi, tra arti decorative, scultura e pittura, spesso inediti o provenienti da collezioni private.

«È un’occasione imperdibile per gli studiosi e per gli appassionati, dichiara con orgoglio la Di Castro, ma è anche un evento di notevole valorizzazione del nostro patrimonio artistico. Ho voluto incardinare l’esposizione su un grande bassorilievo di marmo raffigurante Maria Vergine assistita dagli angeli nell’atto di incoronare santa Caterina da Siena. Oggi in collezione privata, l’opera proviene dalla sepoltura della santa nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma (smembrata tra 1573 e 1579), ed è datata intorno al 1430. Molti studiosi, a cominciare da Federico Zeri e poi Gianfranco Gentilini, la ritengono autografa di Donatello, che la eseguì durante una sua permanenza a Roma».

Spiccano poi una brocca e un bacile sbalzati dall’argentiere portoghese Antonio De Castro attivo a Genova e commissionati nel 1565 da Franco Lercari, membro di una delle più autorevoli famiglie aristocratiche della città. Sono decorati con quindici storie che celebrano la vita perigliosa e memorabile di Megollo Lercari, personaggio chiave per la storia patria di Genova vissuto agli inizi del Trecento. «È un caso eccezionale per la storia dell’argenteria italiana cinquecentesca che i due manufatti siano giunti in coppia fino a noi, conclude Alessandra Di Castro. Documentano visivamente gli stretti rapporti tra la corte spagnola e l’aristocrazia genovese. La loro rarità è accresciuta dal fatto che non sono molti gli argenti profani da parata del Cinquecento che si sono conservati».

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