Venezia e la Collezione Pinault secondo Bruno Racine

Dal Dorsoduro Museum Mile al Teatrino di Palazzo Grassi: intervista al nuovo direttore

Enrico Tantucci |

Una mostra dedicata a Venezia a settembre a Palazzo Grassi e un’altra, nello stesso periodo, che esporrà l’ultima importante acquisizione di opere d’arte contemporanea compiuta dalla Collezione Pinault. Sono questi, insieme alla grande mostra alla Punta della Dogana dedicata a Bruce Nauman, che apre il 23 maggio, in concomitanza con la Biennale Architettura, i «regali» post Covid dell’istituzione voluta in laguna da François Pinault e ora guidata da circa un anno da Bruno Racine, che ha preso il posto di Martin Bethenod. Un intellettuale e uno scrittore, già presidente del Centre Pompidou e della Bibliothèque National de France e direttore dell’Accademia di Francia a Roma innamorato dell’Italia, ma arrivato qui nel momento più difficile.


Monsieur Racine, il suo arrivo in laguna è coinciso con un momento terribile per la città, prima colpita dalla grande acqua alta e poi dal Covid-19, che l’ha desertificata. Qual è stato il suo impatto con Venezia e come si trova ora?
Amo l’Italia e Venezia, ma arrivare qui quel 19 maggio, in una città già ferita dall’acqua alta e completamente svuotata, quasi spettrale, è stato uno choc. È stata un’esperienza molto impressionante anche perché non ero più un visitatore di passaggio. Stavo arrivando a Venezia per dirigere un’istituzione culturale di grande importanza e per me era una sfida. Nel giro di un anno si è creato con Palazzo Grassi un legame molto forte, è una famiglia ormai per me, e a Venezia mi sento a casa.


Come immagina la ripresa, dopo e durante il Covid, per un’istituzione culturale come la sua e più in generale?
Credo che anche i centri espositivi come il nostro vivranno un periodo di transizione. Non ci lasceremo tutto semplicemente alle spalle e succederà anche per le istituzioni che hanno un pubblico più attento all’arte contemporanea, come Palazzo Grassi e Punta della Dogana, tendenzialmente più fluido e abituato a cercare e frequentare proposte più di nicchia. Ma Venezia manca a tutti. Ho amici che mi chiedono continuamente quando sarà possibile tornare.

Abbiamo visto, ad esempio, quando abbiamo riaperto la mostra su Cartier-Bresson che l’80% dei visitatori erano italiani contro un 20% di stranieri, mentre prima era il contrario. L’altra novità di questo periodo è che si è creato un senso di solidarietà più forte, non solo tra le persone, ma anche tra le istituzioni culturali. Il Dorsoduro Museum Mile, un progetto di collaborazione che abbiamo rilanciato insieme alle Gallerie dell’Accademia, la Galleria di Palazzo Cini e la Collezione Guggenheim, ne è un esempio. Sono cambiate le regole del gioco, ora è necessario giocare insieme
.


Lei ha dimostrato da subito di credere molto nella collaborazione tra le istituzioni culturali cittadine, nel fare rete. Una cosa di cui si parla da anni a Venezia, ma di fatto mai concretamente realizzata.
Ogni istituzione culturale a Venezia deve naturalmente mantenere la propria identità e autonomia, ma è necessario fare rete, pensare a progetti comuni. Sono alle porte le celebrazioni dei «mitici» 1.600 anni di Venezia e noi vogliamo partecipare, come ci chiede anche lo stesso Comune di Venezia. A settembre a Palazzo Grassi apriremo una mostra che sarà un omaggio a Venezia, un progetto molto interessante. Accanto a questo omaggio, nello stesso periodo, presenteremo in anteprima sempre a Palazzo Grassi un’importante acquisizione che la Pinault Collection è in procinto di concludere.


In questi anni Palazzo Grassi ha ospitato in genere mostre monografiche di artisti della Collezione Pinault e Punta della Dogana, con formule diverse, mostre collettive tematiche, collegate sempre ad artisti legati alle scelte di Monsieur Pinault. Sarà ancora così?
Non c’è uno schema di programmazione prefissato che preveda mostre monografiche di artisti della Collezione Pinault a Palazzo Grassi e mostre collettive tematiche a Punta della Dogana, anche se in questi ultimi anni spesso è stato così. La mostra di Damien Hirst, ad esempio, ha occupato entrambe le sedi.

Dipende dal tipo di mostra, è la sua natura che orienta la scelta del luogo. La mostra di Bruce Nauman che apre a Punta della Dogana il 23 maggio in concomitanza con la Biennale Architettura, ad esempio, non avrebbe mai potuto essere allestita a Palazzo Grassi, per le sue caratteristiche e per la presenza di installazioni di grandi dimensioni nel progetto espositivo. Nel 2022 a Palazzo Grassi avremo ancora una mostra monografica, ma l’anno successivo probabilmente andrà diversamente
.


Come vede nei prossimi anni il ruolo del Teatrino di Palazzo Grassi, diventato centrale in questi ultimi anni proprio per favorire il rapporto della Fondazione Pinault con la città e l’associazionismo?
Il Teatrino di Palazzo Grassi è stato molto importante per noi in questi anni. Qui il pubblico veneziano si sente a casa. Questo spazio ci ha permesso di sviluppare rapporti con le università veneziane e l’Accademia di Belle Arti (gli studenti sono tra i principali frequentatori), ma anche con moltissime associazioni. Stiamo pensando ora a una specifica architettura della programmazione del Teatrino. 

All’inizio e alla fine della stagione saranno programmati due festival del film d’arte: lo «Schermo dell’Arte», in collaborazione con l’omonimo festival fiorentino, e «Le Festival International du Film sur l’Art (Fifa)», di Montreal. Stiamo anche pensando a un uso teatrale multidisciplinare di quello splendido spazio architettonico che è il Teatrino. Pensiamo a progetti specifici legati alla performance e alla scena teatrale, ma stiamo valutando anche la possibilità di commissionare a scrittori testi teatrali originali che qui possano essere rappresentati. Vogliamo ci sia anche uno spazio dedicato alla letteratura
.


Lei ha parlato subito anche di un nuovo rapporto tra arte contemporanea e arte antica da sviluppare.
Credo nello sviluppo di un rapporto tra l’arte contemporanea e quella antica, ma senza pensare al semplice abbinamento di opere delle due epoche. Più interessante è riscoprire quanto di contemporaneo c’è nell’antico, riportandolo alla luce anche all’interno dell’opera di uno stesso artista, come nel caso di Nauman.


Come si articoleranno i rapporti con la nuova sede espositiva della Collezione della Bourse de Commerce a Parigi, ora affidata a Martin Bethenod? Ci saranno mostre scambio e iniziative comuni oppure ciascuno farà la propria programmazione?
Tra il nuovo centro espositivo della Collezione Pinault della Bourse de Commerce a Parigi, che dovrebbe essere inaugurato a maggio, e i due centri veneziani di Palazzo Grassi e Punta della Dogana ci sarà certamente uno stretto rapporto di collaborazione.

Con Martin Bethenod, che dirige il nuovo spazio parigino, e Jean-Jacques Aillagon, che si occupa della Collezione Pinault, i rapporti sono continui ed entrambi si sono già occupati delle sedi di Venezia. Ma piuttosto che proporre sistematicamente le stesse mostre nei due luoghi, che sarebbe poco interessante per il pubblico, pensiamo a collaborazioni su progetti diversi, eventi, visite e tanto altro.


Come vede il futuro di Venezia?
Sul futuro di Venezia sono realista e ottimista. Questa città unica e improbabile, una follia anche dal punto di vista urbanistico e architettonico, ha molte carte da giocare e deve farlo bene. Tutti i problemi a livello globale in tema di sostenibilità ambientale e cambiamenti climatici e innovazione trovano a Venezia una possibile sintesi. Questa città ha una moltitudine di istituzioni culturali di grande livello e tutti vorrebbero passare a Venezia almeno un periodo della propria vita, magari come ricercatori o studenti. Bisogna solo creare le condizioni perché ciò avvenga regolarmente.

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