Valente viaggia fra le luci che vedeva Dante

A Palazzo Barberini 27 opere inedite della fotografa romana ritraggono gli effetti di luce inventati dal poeta per la Divina Commedia

«Inferno, Lupo» (2022) di Carlotta Valente (particolare). Cortesia dell’Iccd-Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
Mario Alberto Ratis |  | Roma

L’occasione, se si vuole, è stata la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri nel 2021: da qui è nata la mostra «Lo sguardo di Dante. The Mimetic Observer», allestita fino al 29 febbraio nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica-Palazzo Barberini, seconda tappa dopo quella inaugurale della primavera scorsa all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (Iccd) di Roma, promotore della mostra.

Viaggio visivo e immaginifico nella Divina Commedia, che dal buio delle tenebre infernali e attraverso i primi colori del Purgatorio conduce nell’immenso chiarore del Paradiso, la mostra raccoglie 27 opere inedite e uniche (tre serie da nove opere, a voler riprodurre e rispettare la struttura numerica del poema), realizzate dalla fotografa ed esperta stampatrice Carlotta Valente (Roma, 1992). Attraverso antichi processi fotografici, le immagini restituiscono «scorci del mondo che Dante ha vissuto e descritto poeticamente: il sole a mezzogiorno, le costellazioni notturne, una botanica di piante autoctone, un serraglio di animali e insetti», spiega l’ideatore del progetto e cocuratore Peter Lang.

Insieme a lui, al cocuratore Alessandro Coco e al coordinatore del progetto Giorgio Di Noto, Carlotta Valente ha individuato dei soggetti specifici ricorrenti in ciascuna cantica. Per rappresentarli, sono stati scelti tre supporti fotosensibili (carta, vetro e metallo), utilizzati attraverso tecniche di stampa fotografica diverse, capaci di ritrarre gli effetti di luce vissuti da Dante in forma di vere e proprie immagini o di illusioni ottiche. Per l’Inferno, l’artista usa macchine di grande formato e realizza nove fotografie su una carta opaca ai sali d’argento che rende al meglio l’atmosfera cupa e densa in cui si muovono gli animali e gli insetti incontrati dal Poeta (fra cui vespe, storni, lupi, linci e leoni), e rintracciati da Valente grazie alla collaborazione del Museo Civico di Zoologia di Roma.

Da questa oscurità, Dante prosegue nel rigoglioso mondo naturale del Purgatorio, che culminerà nel giardino dell’Eden, incontrando piante e fiori profumati come fiordalisi, rose, pini, ortiche e olivi. Un vero e proprio erbario, riprodotto da Carlotta Valente con il processo della cianotipia che con il suo caratteristico blu richiama il primo colore percepito da Dante dopo l’Inferno. Se il materiale scelto per questa serie di nove immagini è il vetro, «trasparente e in grado di proiettare un’ombra proprio come le anime presenti nel Purgatorio», spiega l’artista, per la terza e ultima cantica le fotografie sono state invece realizzate su lastre di metallo lucidate a specchio. Il processo a cui si è fatto ricorso è la dagherrotipia, la più antica e preziosa fra le tecniche di stampa, che rende le immagini cangianti in base alla luce riflessa e difficili da osservare. La stessa difficoltà di visione di cui ha esperienza Dante una volta entrato nel bagliore accecante del Paradiso.

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