Un indiano tra Klee e Kandinskij

Federico Florian |  | Venezia

La pittura di Vasudeo Santu Gaitonde, forse il più noto artista indiano del secondo dopoguerra, è frutto di una pratica meditativa, il prodotto di una concentrazione Zen. «Tutto ha inizio dal silenzio. Il silenzio del pennello. Il silenzio della tela. Il silenzio della spatola», dichiarò in un’intervista del 1991. Compito del pittore è «assorbire tutti questi silenzi», digerirli e interiorizzarli, tramutandoli in scariche di colori e agglomerati di forme.

Nato a Nagpur nel 1924 e morto ottant’anni dopo, Gaitonde incarna l’ideale dell’artista indipendente, al di fuori di correnti, stili o movimenti artistici definiti (eccetto un breve avvicinamento ai gruppi d’avanguardia di Bombay nei primi anni Cinquanta); artista onnivoro (si appropria di motivi tratti dall’avanguardia del Novecento, in primis Klee e Kandinskij, dalla calligrafia cinese, dalla tradizione americana del Color-field), trascorre tutta la
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