Sei artisti internazionali per il MMPrize

Per la quarta edizione del premio biennale promosso dalla Fondazione Merz scendono in campo sei artisti che guardano alla contemporaneità con occhio analitico e visionario

 «Mia & Elephant» (2021-2022) di He Xiangyu. Courtesy Fondazione Merz, Torino Ph. Andrea Guermani
Monica Trigona |  | Torino

C’è anche un italiano, Paolo Cirio, nel gruppetto selezionato da Claudia Gioia e Samuel Gross per la mostra d’arte del Mario Merz Prize, aperta dal 9 maggio (visitabile sino al 25 agosto), che conferma la missione di individuare autori di un certo interesse all’interno del panorama internazionale.

Nell’ampia area espositiva della Fondazione Merz la prima cosa che salta all’occhio è un allestimento scandito da un numero di opere che non appesantisce il percorso ma che al contrario permette di godere di ogni singola ricerca con giusti tempi e spazi. Partendo dall’esterno, nelle cosiddette «vasche» emerge una scultura di grandi dimensioni, un elefante in acciaio inox su cui svetta la figura di un ragazzo.

L’opera è di He Xiangyu, giovane cinese che da anni vive a Berlino e che attraverso l’eccellente fattura delle sue composizioni vuole custodire, e trasmettere, la storia e la cultura di un paese che ormai guarda da lontano. Entrando in fondazione si è accolti da una sorta di casa di legno dalla stravagante geometria. All’interno, materiale edilizio, forme geometriche di cemento e formule matematiche sui muri raccontano la mente umana, crogiuolo di idee e progetti, non tutti realizzati e realizzabili.
Two Joined Fields – Field (/) and Field (decagon), 2013, di Anne Hardy. Courtesy Fondazione Merz, Torino Ph. Andrea Guermani
L’artista è l’inglese Hanne Hardy, da sempre impegnata nel costruire ambienti immersivi e sensoriali che stimolano consapevolezza e senso d’identità. Alle sue spalle svettano due grandi arazzi dell’elvetica Christina Forrer, colorati «storyboard», che con i loro personaggi fumettistici ammiccano ad un’epoca fatta di relazioni esasperate, talora strazianti, dominate da passioni fortemente lesioniste.
«Distant affliction» (2020), «Intervisions» (2020) di Christina Forrer. Courtesy Fondazione Merz, Torino Ph. Andrea Guermani
Le immagini sono un ottimo viatico per comunicare l’emergenza ambientale in atto, a favore della quale tanto si parla e, un po’ più di una volta, si opera.
Il torinese Paolo Cirio, con la sua consueta pratica, analizza dati e li trasla abilmente in opere di denuncia. Tre grandi teli ripercorrono l’intera altezza dello spazio espositivo mostrando piccoli scatti di una esigua rappresentanza di specie animali in estinzione. Gli schemi a lato del grande intervento riportano invece i numeri allarmanti dell’inquinamento provocato da grandi gruppi internazionali.
«Climate Sentence» (2021) di Paolo Cirio. Courtesy Fondazione Merz, Torino Ph. Andrea Guermani
Nell’impotenza causata dalla consapevolezza di questi contenuti, il video della coreana Koo Jeong A pare fare eco all’opera precedente ma non per ribadire il potere distruttivo dell’uomo quanto la sua piccolezza davanti all’universo. Sullo schermo fluttua una creatura dalle sembianze umane non ben definite. Chi sia veramente non ci è dato sapere ma ciò che appare evidente è che si trova in un universo buio dove qualche cerchio di luce illumina lo spazio indefinito, realtà alternativa che stimola una riflessione sulle innumerevoli possibilità di vita.

Della francese Yto Barrada, dalla ricerca sofisticata ed evocativa delle sue origini marocchine, è un altro video che mostra gesti ripetitivi che caratterizzano la produzione industriale. Se da una parte la sua poetica è volta a celebrare abituali azioni quotidiane, dall’altra ammicca ai meccanismi di potere a cui, bene o male, tutti siamo sottoposti. Infine, a chiudere il percorso, spiccano tre sculture di Xiangyu che rappresentano uomini, e donne con le loro nudità, metafore di una verità sempre più riconosciuta in Cina: l’unica ricchezza di cui si dispone è il proprio corpo.

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