Sei anni per «La mostra» di Raffaello

Uno dei curatori di «Raphael» alla National Gallery, David Ekserdjian, rivela il perché di alcune scelte

Un particolare del «Ritratto di Papa Giulio II» (1511) © The National Gallery, London
Federico Florian |  | Londra

La National Gallery dedica dal 9 aprile al 31 luglio un attesissimo progetto espositivo a un gigante del Rinascimento: Raffaello Sanzio (1483-1520). Finanziata da Credit Suisse, la mostra, ideata per il quinto centenario della morte del maestro, ricorso nel 2020, s’intitola semplicemente «Raphael». Uno dei suoi ideatori, il curatore David Ekserdjian, racconta a «Il Giornale dell’Arte» (per il quale scrive ogni mese la lettera da Londra, Ndr) le ispirazioni e i retroscena dietro questa grande esposizione.

Come è nata la mostra? La pandemia ne ha condizionato la preparazione?
Tutto è cominciato circa sei anni fa quando, conversando con Tom Henry (professore emerito di Storia dell’arte all’University of Kent, Ndr) si è pensato al fatto che la National Gallery avrebbe dovuto ospitare una grande mostra su Raffaello per il quinto centenario della morte. Il caso ha voluto che poco dopo il direttore del museo, Gabriele Finaldi, contattasse Tom per organizzare un progetto simile e così Tom ha coinvolto anche me. Con la collaborazione di Matthias Wivel, curatore alla National Gallery, abbiamo formulato un «concept» ideale di mostra, che poi è stato accettato dalla direzione. A parte il ritardo, stranamente, la pandemia non ha influito in modo significativo sul contenuto della mostra. Sono saltati dei prestiti, davvero pochi, ma queste lacune sono state compensate dal fatto che alcune opere, inizialmente credute inaccessibili, si sono poi rivelate disponibili.

L’intento della mostra è quello di offrire un ritratto a 360 gradi di questa straordinaria figura dell’arte rinascimentale. Vasari descriveva Raffaello come «l’artista universale»: non solo pittore, ma anche architetto e archeologo. Nella mostra illustrate questa poliedrica attività creativa?
Il nostro intento è sempre stato quello di limitarci al solo Raffaello, senza indagare i suoi predecessori o i suoi seguaci, dando spazio alle sue altre attività oltre alla pittura. In mostra presentiamo una riproduzione digitale di uno dei cartoni degli arazzi per la Cappella Sistina, prodotto da Factum Arte (l’originale, di proprietà della regina Elisabetta, è al Victoria and Albert Museum, a poca distanza da Trafalgar Square, sede della National Gallery). Ci sono anche due tondi in bronzo, su disegno di Raffaello, attribuiti a Cesarino Rossetti. Furono eseguiti per la Cappella Chigi a Santa Maria della Pace a Roma, ma sono conservati nell’Abbazia di Chiaravalle: li esponiamo insieme ai quattro studi preparatori esistenti. Non abbiamo trascurato poi il rapporto di Raffaello con le arti grafiche, in particolare attraverso le incisioni di Marcantonio Raimondi. A ciò si aggiunge una selezione di disegni preparatori per progetti architettonici, fra cui uno per una villa medicea, e studi da sculture ed edifici antichi. Il più bello è un foglio proveniente dagli Uffizi, che vanta sul recto e sul verso due disegni del Pantheon, dove anni dopo sarà sepolto lo stesso Raffaello. In questo sforzo di presentare un ritratto dell’artista a 360 gradi forse lo scoglio maggiore è, inevitabilmente, l’impossibilità di esporne gli affreschi. In mostra, però, abbiamo una riproduzione fotografica più o meno a grandezza naturale della «Scuola di Atene» delle Stanze Vaticane.

Molti sono i prestiti internazionali. Oltre alle dieci già nella collezione della National Gallery, la mostra presenta opere provenienti dal Louvre, dai Musei Vaticani, dagli Uffizi e dal Prado, per citare alcune fra le istituzioni coinvolte. Quali sono le opere chiave?
Oscar Wilde ha detto che i paragoni sono odiosi, ma mi permetto di scegliere solo quattro tesori, ciascuno appartenente a una categoria diversa di opere: la «Santa Cecilia» dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna per le pale d’altare; la «Madonna Tempi» dall’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera per le Madonne; relativamente ai ritratti, quello di Bindo Altoviti della National Gallery of Art di Washington, riprodotto anche sulla copertina del catalogo; e infine, tra i disegni, uno studio irresistibile per la figura di Diogene in «La Scuola di Atene» prestato dallo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte.

Partite dai primi anni a Urbino per concludere con i ritratti dell’ultimo periodo. C’è una ragione per la scelta di questo percorso espositivo?
Le grandi mostre sono, o almeno dovrebbero essere, per tutti e non solo per cinque o sei specialisti della materia. Raccontare la carriera di un artista dal principio alla fine offre al grande pubblico una narrazione chiara e illuminante. Nel caso specifico di Raffaello, inoltre, ci troviamo davanti a un artista che ci sorprende costantemente, poiché supera sempre sé stesso in modo straordinario. Seguendolo attraverso gli anni si riesce a comprenderne meglio l’evoluzione: la distanza tra il suo esordio in Umbria e le opere degli ultimi anni a Roma è immensa. È un peccato che sia morto così giovane, come tutti i geni, all’età di soli 37 anni. Ma anziché sognare su capolavori che non abbiamo e che possiamo solo immaginare, dovremmo essere grati del fatto che ci ha lasciato opere in abbondanza. Per quanto riguarda la sala finale con i ritratti, abbiamo voluto concludere il percorso con un crescendo e, allo stesso tempo, sottolineare la profondità delle sue intuizioni psicologiche.

Vi sono delle scoperte? Pensa che rianimerà lo studio di Raffaello e dell’arte rinascimentale in genere?
Pochi artisti sono stati studiati più di Raffaello. Una scoperta vera e propria c’è stata, di recente: si tratta di un disegno inedito e sicuramente autografo del maestro, passato all’asta a Parigi nel 2019, quando il progetto della mostra era già in uno stadio avanzato. Al di là della sua squisita bellezza, quest’opera ci rivela che Raffaello fu l’ideatore della composizione di un dipinto del Getty Museum, eseguito dal suo principale allievo, Giulio Romano. Per il resto, quasi inevitabilmente, le novità consistono in piccoli passi avanti nella ricerca, che ci auguriamo siano affascinanti per gli esperti ma che di certo, come si dice in inglese, non «manderanno in fiamme il Tamigi». Spesso ci si dimentica che anche chi organizza le mostre non le vede prima della vernice. Quel che voglio dire è che non mi trovo nella posizione di poter fare delle previsioni su eventuali scoperte che deriverebbero dalla possibilità di vedere assieme opere in genere separate. Ma non ho dubbi che questa mostra ci permetterà di capire un po’ meglio l’opera di Raffaello.

La mostra segue quella del 2020 alle Scuderie del Quirinale. Il progetto londinese però si differenzia da quello romano.
Ci sono due differenze fondamentali. La prima è che la mostra alle Scuderie s’intitolava «Raffaello 1520-1483» ovvero partiva dalla fine della sua carriera per poi percorrerla a ritroso sino ai suoi esordi. L’intenzione era di offrire una nuova prospettiva sull’artista, ma è stata una scelta rischiosa: se si parte dalla vetta dell’Everest, il resto della mostra ci porta in discesa... Noi, d’altro canto, non corriamo alcun rischio: presentando il «vecchio» Raffaello, non ci è sembrato necessario trovarne uno «nuovo». La seconda differenza riguarda le opere in mostra: l’esposizione alle Scuderie era in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi e pertanto includeva numerosi dipinti che per la mostra di Londra non erano disponibili al prestito. Per noi il buco più ovvio deriva dall’assenza del «Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi»: a Roma godeva della compagnia del «Ritratto di Giulio II» della National Gallery; ma a Londra, Giulio è rimasto da solo.

L’arte di Raffaello è associata a un ideale di grazia e divina armonia. Nel periodo che stiamo vivendo, caratterizzato da estremismi e drammatici avvenimenti storici, quanto potrà risultare ancora attuale al pubblico contemporaneo?
Non vi è dubbio che l’arte di Raffaello non ha niente a che vedere con il mondo del Covid-19 e della guerra in Ucraina. Ma i quattro cavalieri dell’Apocalisse, Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte, in un modo o nell’altro, oggi ci accompagnano sempre, così come accompagnavano Raffaello nel Rinascimento. La tragedia non è affatto assente dalle sue opere. E dai suoi disegni si può notare quanto lui abbia dovuto penare per dare quell’impressione di freschezza e disinvoltura che emerge dalle sue opere finali. In ogni caso, non vedo il fatto che preferisse celebrare il buono nell’umanità come un’onta. Forse, invece, è proprio ora il momento ideale per non dimenticare, ad esempio, l’amore di una madre per suo figlio, umano o divino che sia. E concludo con un’opera in particolare, la «Madonna Tempi»: è qui che Raffaello rappresenta al meglio la gioia e l’istinto protettivo della Vergine, così come la fragilità del Bambino che tiene in grembo. E facendolo supera sé stesso.

© Riproduzione riservata «Santa Caterina d’Alessandria» (1507 ca) di Raffaello. The National Gallery, Londra La «Madonna Garvagh» (1509-10 ca.) di Raffaello © The National Gallery, London
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