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Archeologia

Sargon, il re che comandava alle acque

Dieci eccezionali rilievi rupestri riemergono lungo un antico canale nel Kurdistan iracheno

Il rilievo assiro n. 7 dei dieci scoperti a Faida. Foto Alberto Savioli per LoNAP

È una straordinaria scoperta archeologica, il coronamento di sette anni di indagini, ricognizioni e ricerche portate avanti dall’Università degli Studi di Udine in collaborazione con la Direzione delle Antichità di Duhok. A Faida, nel Kurdistan iracheno, nel nord dell’antica Mesopotamia, in un paesaggio minacciato da scavi clandestini e saccheggi e a soli 25 chilometri dalla linea del fronte bellico, territorio conteso tra il governo di Baghdad e la regione autonoma del Kurdistan, la missione guidata da Daniele Morandi Bonacossi e da Hasan Ahmed Qasim ha portato alla luce dieci eccezionali rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia che raffigurano presumibilmente il sovrano assiro Sargon al cospetto di divinità.

Lo straordinario ritrovamento è avvenuto lungo un antico canale di irrigazione, lungo quasi 7 chilometri (e da cui si diramavano altri canali più piccoli) probabilmente voluto dal sovrano stesso per irrigare i campi e aumentare la produzione agricola dell’entroterra della capitale dell’impero assiro. Da qui il nome del progetto, «Terra di Ninive», che ha preso il via nell’agosto del 2012 con il sostegno del Governo Regionale del Kurdistan - Iraq, del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, della Fondazione Friuli, di ArcheoCrowd e dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Un progetto congiunto che è anche una missione di salvataggio e di cooperazione internazionale. Tutto ha inizio nel 1972 quando Julian Reade, un archeologo inglese del British Museum, individua nel sito archeologico di Faida, 20 chilometri a sud della città di Duhok, l’ubicazione di tre bassorilievi sepolti lungo un antico canale di irrigazione.

«Reade era riuscito a notare la presenza dei rilievi in una pausa della crisi bellica che contrapponeva allora i curdi all’esercito di Baghdad, ma non ebbe il tempo di portarli alla luce, spiega il professor Morandi Bonacossi. Quando nel 2012 abbiamo iniziato i lavori nella regione di Duhok li abbiamo riscoperti, la loro sommità spuntava lungo il canale ormai interrato, e ne abbiamo notati altri sei. Soltanto quest’anno però abbiamo ottenuto il permesso di scavare».

E scavando ne sono riemersi in tutto dieci, alti circa due metri, per una lunghezza lineare di quasi cinque metri ciascuno: «Del decimo la sommità non sporgeva dal terreno e questo dimostra che sotto terra, sul bordo del canale lungo quasi sette chilometri e rimasto interamente sepolto nei secoli dai detriti per la mancanza di manutenzione, ci sono sicuramente altri rilievi».

L’iconografia scolpita raffigura infatti parte di una processione inquadrata a destra e a sinistra dalla figura di un sovrano assiro, da Morandi Bonacossi identificato con Sargon (720-705 a.C.), al cospetto delle statue di sette divinità su dei piedistalli posti sul dorso di animali che procedono nel senso dell’acqua dell’antico canale.

«Sargon realizzò anche il canale di Maltai, più a nord, e la sua opera fu proseguita dal figlio Sennacherib con rilievi simili che ugualmente raffigurano statue di divinità portate in processione e sono destinati a commemorare e celebrare la costruzione del canale. L’ipotesi non è ancora confermata dal ritrovamento di un’iscrizione, ma è molto verosimile. C’è inoltre un’associazione simbolica fortissima fra la figura del sovrano, le divinità e il concetto della fertilità che l’acqua del canale dona alla terra coltivata, in virtù della relazione privilegiata che il sovrano ha con le stesse divinità. Dunque non solo commemora la costruzione di quest’opera regale ma enfatizza la legittimità del potere del sovrano, quello di dotare il Paese di infrastrutture che donano la vita e la ricchezza».

Il prossimo obiettivo della campagna di scavo 2020 sarà portare alla luce quanti più rilievi possibili fino a creare un grande parco archeologico da restaurare, conservare e tutelare che successivamente possa candidarsi a essere inserito tra i siti dell’Unesco del Patrimonio dell’Umanità. «Quando ci riusciremo, sarà un complesso rupestre straordinario, unico e privo di confronti nel mondo mesopotamico, oltre che un parco archeologico senza pari al mondo», conclude Morandi Bonacossi.

Melania Lunazzi, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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