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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoli«Sculture intervento», «sculture segno», come sono state definite, le opere di Mauro Staccioli (Volterra 1937-Milano 2018) si inseriscono nello spazio con una purezza geometrica affidata all’uso di materiali quali il cemento o il ferro sempre declinati in modi diversi, ma con una profonda comprensione della realtà storica e sociale nella quale si collocano.
La mostra a cura di Alberto Fiz che dall’11 maggio al 27 luglio Il Ponte dedica alla figura dell’artista recentemente scomparso riassume il suo percorso attraverso una selezione di opere dal 1969 al 2009, riunite sotto il titolo «Lo spazio segnato». Staccioli avvertì fin dagli esordi il ruolo dell’arte come impegno sociale e fonte di dibattito: di qui, tra l’altro, il muro alla Biennale di Venezia del 1978, alto 8 metri e posto a ostacolare l’ingresso al Padiglione Italia.
Le sue opere, come ha osservato Fiz, possono dialogare con quelle di grandi figure del Minimalismo, quali Donald Judd, Robert Morris, Carl Andre e soprattutto Richard Serra, e sono sempre commisurate alla presenza dell’uomo, con una sensibilità verso lo spazio urbano o extraurbano che svela una natura da architetto, testimoniato dalle tracce lasciate nei taccuini.
È il caso di «Prato 88», l’arco rovesciato concepito per dialogare con la struttura del Centro Pecci: opera che ora, non entrando più in relazione con il nuovo ampliamento di Maurice Nio, è abbandonata in precarie condizioni conservative, denunciate pochi mesi fa dallo stesso Fiz.
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