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Restauro

Riapre il Monastero di Sumela

Anche venti alpinisti per il restauro del monastero greco-ortodosso in Turchia

Il Monastero di Sumela sorge a 1.200 metri di altezza su una parete a strapiombo

Trabzon (Turchia). Ha riaperto dopo quasi quattro anni di restauri il Monastero greco-ortodosso di Sumela, tra le montagne vicino alla città turca di Trabzon. È dedicato alla Vergine e ha un’origine antichissima: perché secondo la tradizione venne fondato nel IV secolo dagli eremiti ateniesi Barnaba e Sofronio, divinamente investiti della missione di custodire e proteggere l’icona della Madonna (la Panagia Gorgoepikoos, ritenuta miracolosa), dipinta dall’evangelista Luca in persona.

L’attuale cittadella monastica, a 1.200 metri di quota ricavata nelle cavità di una parete a strapiombo e «nascosta sopra le nuvole», risale in gran parte al XIV secolo: al nucleo originario costruito al tempo della dinastia bizantina dei Comneni imperatori di Trebisonda, nel XIX secolo sono state aggiunte strutture per accogliere i pellegrini (attratti anche da una sorgente d’acqua ugualmente miracolosa) e tutt’attorno chiesette e cappelle abilmente affrescate. La cittadella è rimasta in funzione fino al 1923, quando i monaci vennero espulsi dopo la guerra tra greci e turchi (l’icona si trova adesso in Grecia); solo nel 2010, il 15 agosto in occasione della festa della Dormizione, le autorità di Ankara hanno concesso al patriarca Bartolomeo di celebrarvi di nuovo la messa.

Nel frattempo Sumela è diventata un’attrazione turistica con un record di 600mila presenze all’anno prima della temporanea chiusura del 2015 e persino durante i lavori, quando era impossibile accedervi e i visitatori dovevano accontentarsi di ammirare l’edificio da un piazzale più in basso, l’affluenza ha sfiorato le 300mila unità.

Già dal 2000 il monastero è stata inserito dalla Turchia nella lista provvisoria dei siti candidati alla Lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco, anche se non risultano iniziative concrete nella preparazione del dossier.

In effetti, dal 1991 al 2007 Sumela aveva già vissuto un lungo periodo di restauri. Sono però subito apparsi dei problemi, certificati da un’inchiesta del Ministero della Cultura turco: metodi sbagliati e invasivi che hanno arrecato danni alle strutture, uso dissennato del cemento, persino inserimento incongruo di pietre.

Nel settembre del 2015, la caduta di alcuni massi dalle rocce sovrastanti (uno ha centrato la biglietteria, fortunatamente chiusa dato l’orario notturno) ha messo in evidenza un rischio ulteriore. Dopo uno studio approfondito commissionato ai geologi e ai geofisici dell’Università locale, si è deciso per un nuovo intervento per mettere in sicurezza la parete e provvedere a un nuovo e più completo restauro di tutto il complesso. Il costo stimato raggiunge i 50 milioni di lire turche, al cambio attuale circa 8 milioni di euro.

Sono stati coinvolti 20 alpinisti industriali, che hanno provveduto a rimuovere tonnellate e tonnellate di rocce pericolanti (per facilitare il compito sono stati attivati degli ascensori) e a renderne inoffensive altre per mezzo di reti di acciaio; in più sono stati restaurati l’acquedotto interno e la via di accesso fino al primo cortile.

Durante i lavori al di sopra del complesso è anche emersa un’altra cappella affrescata con scene del Giudizio universale; farà parte anch’essa del percorso di visita. Ci vorrà però la fine del 2020 per il definitivo completamento degli interventi e solo allora per i turisti sarà possibile tornare nel cortile più interno, di fronte alla «chiesa nella roccia» con affreschi trecenteschi (anch’essi nuovamente restaurati) che rappresentano scene bibliche delle vite della Vergine e di Cristo.

Chissà però se le istituzioni turche riusciranno mai a recuperare reliquie, oggetti preziosi per i rituali, tessuti, manoscritti (già appartenuti a Sumela, inventariati nel 1925) che si dicono esser stati sottratti da soldati americani durante una missione Nato negli anni ’50. Il Ministero della Cultura ha inviato emissari in musei e università in Europa e Stati Uniti, per esaminare opere e documenti; è stata stilata una lista di 77 opere di cui verrà richiesta formalmente la restituzione.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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