Raffaello redivivo

Il romanzo di Aristide Sartorio, autore del celeberrimo fregio nell’aula del Parlamento a Palazzo Montecitorio, ruota attorno al «divino» Sanzio e regala un affresco della società italiana a fine Ottocento

Giulio Aristide Sartorio, «Risveglio», 1908-23 (particolare)
Marco Bussagli |

Nell’ambito della pletora delle iniziative (più o meno fortunate in questi tempi di pandemia) nate per celebrare il genio di Raffaello a cinquecento anni dalla sua scomparsa, ce ne è una che non può essere taciuta. Mi riferisco a un romanzo, ma non un romanzo qualsiasi, a quello scritto da un altro pittore italiano che se non fu il «Raffaello dei tempi moderni», fra Ottocento e Novecento, mancò poco che lo fosse: Aristide Sartorio, l’autore, fra l’altro, del celeberrimo fregio nell’aula del Parlamento a Palazzo Montecitorio.

Pittore, scultore, scrittore e regista, Sartorio fu anche un romanziere di successo. Professore dell’Accademia di Belle Arti di Roma (dove ancora c’è l’aula ad anfiteatro, oggi sala per le riunioni accademiche intitolata alla compianta Lea Mattarella, in cui il pittore realizzò il fregio) e Accademico d’Italia, l’artista non sopportava l’insipienza di certi politici e la loro retorica vuota sulla grandezza delle glorie nostrane che contrastava con alcune condizioni storiche come quelle che si verificarono all’indomani (1 marzo 1896) della sconfitta di Adua.

Furono infatti le parole (citate all’inizio del romanzo) pronunciate dal Ministro dell’Istruzione Emanuele Gianturco (il cui nome è stato trasformato in Teodoro Saracino) nel giorno dell’inaugurazione del monumento bronzeo di Raffaello a scatenare la fantasia dell’artista e la sua vena narrativa. In un momento in cui l’Italia si stava leccando le ferite di un’avventura coloniale andata male, con i lutti che molte famiglie stavano piangendo, frasi come «Accompagnati dal sorriso e dai voti della più virtuosa e gentile delle Regine, sorretti dalla fede nella Dinastia che palpita e freme all’unione del popolo», non potevano che suonare stonati alle orecchie di Sartorio e degli Italiani.

Fu quella l’occasione per la stesura di questo divertente e interessante romanzo intitolato in origine Romae Carrus Navalis (ove è già chiaro il carattere caustico) che l’attenta e documentatissima curatrice Cecilia Gibellini ha trasformato in Il ritorno di Raffaello. Infatti, tutta la vicenda ruota intorno al fatto che quel monumento scolpito in bronzo dallo scultore torinese Luigi Belli, scoperto a Urbino in quell’afoso 22 agosto 1897, si sia animato per miracolo e abbia riportato il «divino» Raffaello Sanzio nel mondo dei vivi.

Dal che derivano una serie di situazioni-limite che la felice penna di Sartorio descrive con assoluta disincantata maestria, regalandoci un affresco della società di allora dove s’intrecciano grandezza e meschineria, generosità e furberie. A questo si vanno ad aggiungere situazioni paradossali per cui i nuovi disegni di mano di Raffaello sono considerati falsi, mentre mercanti e critici d’arte cercano di lucrare ciascuno per il proprio tornaconto. Sullo sfondo una nobiltà decadente, amori malati e sinceri e al centro, il protagonista, Alessandro Brandi (alter ego di Sartorio), che incappa nella scorrettezza di una società distratta, lontana dai bisogni delle persone.

In tutto  questo, Raffaello si muove senza tatto, indifferente agli amori che suscita e ai disastri che provoca lo sconsiderato intento di riportare la Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo, da lui progettata per Agostino Chigi fra il 1513 e il 1516, al suo aspetto originario. A questo corrisponde l’ottuso atteggiamento di una società che non sa come accogliere il ritorno inaspettato del maestro che, oltretutto, rischia la galera per non aver ottemperato agli obblighi militari. Un romanzo che vale la pena leggere, impreziosito, oltretutto, da una lingua italiana a tratti desueta che contribuisce ad amplificarne il fascino.

Il ritorno di Raffaello, 
di Giulio Aristide Sartorio, 354 pp, Medusa edizioni, Roma, 2020, € 27

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