Profetico Cagol

Alla galleria C+N Canepaneri la mostra dell’artista trentino mette in guardia sulle emergenze ambientali e climatiche raccontandone, a modo suo, la genesi

«Monuments to the flow (of matter)» (2022) di Stefano Cagol
Francesca Interlenghi |  | Milano

«Stefano Cagol. Archeology of the Anthropocene. Far before and after us» è la mostra che la galleria milanese C+N Canepaneri dedica a Stefano Cagol (Trento, 1969) fino al prossimo 13 gennaio 2023. Con la sua pratica multiforme, che si avvale di media differenti come il video, la fotografia, le installazioni e la performance, l’artista indaga le questioni ambientali e quelle climatiche e la catastrofe ecologica, conseguenza dell’interferenza dell’uomo nei processi della natura, mettendo in scena una critica dell’antropocentrismo e immaginando un mondo in cui i mutamenti antropogenici continuano il loro corso anche dopo di noi.

Il progetto espositivo raccoglie una selezione di opere storicizzate e altre inedite che rendono conto della coerenza della ricerca di Cagol. Nel suo universo, gli elementi del fuoco, del ghiaccio, le rocce alpine che un tempo erano fondali tropicali, polimeri metamorfici e radiazioni diventano elementi costitutivi di una sorta di stratigrafia che rimanda a diversi momenti dell’epoca umana e invitano lo spettatore a riflettere sull’origine e la fine (e oltre) della nostra specie.

In mostra sono presenti lavori più recenti come il video del 2022 «Far before and after us», che racconta un rito del fuoco realizzato tra vette originate da fondali primordiali, presentato alla Biennale di Venezia nella mostra «Pera + Flora + Fauna. The story of Indigenousness and the Ownership of History» del Padiglione del Perak, Malesia.

«The Ice Monolith» documenta, invece, attraverso un video, l’installazione di un enorme blocco di ghiaccio realizzata per il Padiglione Nazionale delle Maldive a Venezia, in occasione della Biennale del 2013, che innescava una serie di riflessioni sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici, in particolare lo scioglimento dei ghiacciai.
«Monuments to the flow (of matter)» (2022) di Stefano Cagol
È anche esposta una delle primissime opere dell’artista, realizzata nel 1995, eppure quanto mai attuale, la registrazione di un’esplosione nucleare rallentata all’estremo: il suono, simile a quello di uno strumento ad arco, straniante e straziante, è sintesi perfetta dell’essere umano che agita fatalmente «le corde del pianeta».

Attivista e al contempo connesso alla dimensione più spirituale dell’arte, Cagol si presta a una rilettura del ruolo dell'artista contemporaneo come novello sciamano. Come altri creativi di questa epoca capitalista, anche lui è in un certo senso erede, per citare Bourriaud, dei maghi e degli alchimisti sia per il suo modus operandi sia, soprattutto, per i contenuti delle sue opere, irriducibili, direbbe sempre il critico d’arte francese, all’ideologia produttivista.

© Riproduzione riservata «The Bouvet Island» (2022) di Stefano Cagol
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