Prima di noi nessuno spazio per la cultura

Con 180 produzioni originali e oltre 400 ore realizzate Sky Arte ha aperto la strada all’arte in tv. Intervista al direttore Roberto Pisoni

Nicolas Ballario |

Sky Arte è nata otto anni fa e da allora gioca un ruolo fondamentale nella partita dell’arte in Italia: ha aperto la strada alla cultura in tv. Anzi, ha dimostrato che per parlare di arte, teatro, musica, cinema, architettura, archeologia e molto altro, l’effetto noia non è obbligatorio. Dal 2012 Sky Arte ha trasmesso migliaia di contenuti, tra acquisiti e prodotti, diventando un brand molto ricercato: con 180 produzioni originali e più di 400 ore realizzate, ha promosso e valorizzato 50 città italiane e 350 luoghi d’interesse artistico, oltre 200 eventi culturali e più di 130 artisti nazionali. Attraverso il Calendario dell’arte ha dato spazio a più di 5mila appuntamenti culturali in Italia. Lo guida fin dalla nascita Roberto Pisoni, romano classe 1969.

Partiamo dall’inizio.
Madre metà trentina e metà slava, papà trentino. Trapiantati a Pomezia, città dell’Agro Pontino costruita da Mussolini, dove ha distribuito i terreni a chi era fuori Italia, come la famiglia di mia madre. Poi, Liceo Plauto a Spinaceto, il quartiere del «pensavo peggio» di Nanni Moretti.

Eri un maniaco di cinema?
Alla Sapienza mi sono iscritto alla facoltà di cinema, ma il mio grande amore era la letteratura.

E allora perché non quello?
Perché era un piacere e volevo rimanesse tale. Lo studio doveva essere su altro.

Volevi fare lo scrittore?
Quando i miei mi chiedevano che lavoro volessi fare da grande, rispondevo il giornalista. Poi variavo dal giornalista sportivo al romanziere, a seconda dei momenti.

All’Università scrivevi?
Facevo il ghostwriter per una rivista di golf. Mai giocato in vita mia e ne sapevo poco. Il lavoro consisteva nel raccontare i contorni «in questa bellissima giornata di sole...» ecc. ecc. Poi arriva la rivista di cinema «Close Up», per la quale facevo il critico. Più nelle mie corde, diciamo, e divento caporedattore.

Con tutti questi impegni all’Università quando andavi?
L’ho sempre frequentata poco, anche perché avevo un altro lavoro part time alla libreria Fahrenheit 451.

Una delle librerie più ricercate di Roma. Che lavoro cool!
Meno di quanto uno si aspetti tra chiusure cassa, conti, resi… Il vero lavoro lo si faceva fuori. Io seguivo il reparto cinema e la clientela era molto esigente: volevano essere consigliati e sorpresi e l’unico modo per farlo era leggere tantissimo. Per fortuna la linea editoriale della libreria era magnifica: grande ricerca e bestseller relegati nell’ultima sala. La chiamavamo «la stanza della vergogna».

Quando arriva la televisione?
Nel 1999 mi chiamano a Studio Universal, canale interamente dedicato al cinema della piattaforma stream tv. Entro come redattore, ma finisco col seguire i prodotti dall’inizio alla fine, regia e montaggio compresi. Lì imparo un nuovo modo di scrivere, quello per immagini. Era l’alba della televisione satellitare, verticale e specialistica: c’eravamo noi e Tele+.

Dalla fusione di queste due realtà nel 2003 nasce Sky. All’inizio c’erano pochi canali?
No, è nata con un bouquet già molto ricco.

Tu vai a lavorare per Sky Cinema naturalmente.
Come autore, regista, corrispondente. Passo dal fare l’inviato al Festival di Venezia insieme a Canova alla realizzazione di un documentario su Mario Bava.

Quello di «Operazione paura»? Non è così conosciuto in Italia.
È vero, forse non è così conosciuto al grande pubblico, ma i grandi registi americani che lo considerano un punto di riferimento sono tantissimi e a quel documentario hanno partecipato tutti, da John Landis a Joe Dante, da Tarantino fino a Coppola e Burton.

Sky è la piattaforma che ha portato le grandi serie tv in Italia. Immagino tu abbia vissuto la nascita di questi progetti.
Ero senior producer e grazie a quel ruolo ho partecipato alla nascita di «Quo Vadis Baby» e «Romanzo criminale».

Tu sei direttore dal momento in cui Sky Arte è nata.
Era il 2012 e l’allora amministratore delegato di Sky, Andrea Zappia, non si capacitava del fatto che in Inghilterra ci fossero due canali della piattaforma dedicati all’arte e in Italia nessuno. Hanno deciso che non si poteva più aspettare e hanno chiesto a me di dirigerlo.

Ci vuole coraggio ad aprire un canale dedicato interamente all’arte, per giunta in un momento in cui l’economia non è che andasse proprio a gonfie vele. Una cosa così rischiosa può anche voler dire tirarsi la zappa sui piedi.
È quello che ci dicevano in molti, persino all’interno: «Certo che avete un bel coraggio». Io non avevo paura, anzi ero euforico. L’obiettivo è stato da subito quello di dare una direzione che da una parte veicolasse la cultura e dall’altra fosse una sfida ai contenuti tradizionali, con un’apertura al pubblico diversa, nuova. Non inseguivamo il pubblico, ma cercavamo di crearne uno nuovo.

Come?
Sgombrando il campo da quell’aura di punizione, da quell’esigenza didattica e da quel peso post scolastico che i contenuti culturali si portano sempre dietro.

Ci sono stati intellettuali capaci di entrare in sintonia con il pubblico. Pochi, ma ci sono stati. Daverio, ad esempio. Avete cercato questo? Grandi personaggi che sapessero essere grandi divulgatori?
Esattamente il contrario. Intendiamoci, Daverio era un fuoriclasse e ce ne fossero... Ma la nostra intenzione, fin dal lancio del canale, è stata quella di non affidarci ad autorità, a volti già noti, con una loro storia onerosa o percorsi già riconoscibili alle spalle. Abbiamo lavorato molto sull’identità del brand, sulla percezione di Sky Arte come canale diverso dagli altri. Lo abbiamo fatto con acquisizioni particolari, andando a cercare contenuti peculiari, attraverso produzioni che invece di interrogare gli esperti hanno creato cortocircuiti. E questa cosa ha funzionato perché a differenza di ciò che era stato fatto in passato non ci siamo limitati a scommettere sulla bravura dei divulgatori, ma abbiamo realizzato programmi dove si scriveva moltissimo, con una sceneggiatura solida. Ancor prima di iniziare a girare, la storia doveva avere una sua forza, così fluida però da lasciare spazio all’improvvisazione.

Sicuramente da quando avete iniziato ad oggi le cose sono un po’ cambiate. Vi hanno copiato?
Sky Arte ha rimesso sulla mappa la possibilità che si possano fare contenuti culturali in tv con un pubblico di riferimento e quasi da subito con una percezione di autorevolezza. Quando siamo nati noi non c’era nessuno spazio per la cultura, se non qualcosa sui libri in Rai a notte fonda. L’arte era scomparsa, «Passepartout» non lo producevano più da due anni. Siamo stati i primi a mandare in prima serata arte e fotografia e sono felice che ora nascano molte più opportunità di allora, anche in altri canali. Ecco, se devo riconoscere al nostro lavoro un merito, è quello di avere riesumato una possibilità, di avere instaurato il sospetto che il pubblico per la cultura c’è. E devo dire che c’è chi lo ha fatto molto bene, con numeri da capogiro.

Alberto Angela?
Certo. Bravissima la Rai ad aver osato e capito che con un talento del genere ci potevano provare. Ci sono riusciti.

Qual è l’identikit del pubblico di Sky Arte?
50% donne e 50% uomini, di classe economica e di istruzione medio alta. Il core target di età 45-54: una decina di anni più giovane degli altri canali europei. E siamo il canale documentario più visto on demand.

Perché il contemporaneo funziona meno, in tv, dell’arte classica?
Forse perché abbiamo una storia così titanica e ingombrante da schiacciare tutto il resto. O forse perché non c’è educazione. Sicuramente si sente spesso un’insopportabile distanza tra vita e arte contemporanea e sono pochissimi a saper colmare quel gap.

Però il contemporaneo usa il video, che dovrebbe essere pane per i vostri denti.
Noi abbiamo provato a fare la Video arte, ma quando lo facciamo ho sempre la sensazione che ci stiamo giocando male le nostre carte. La Video arte ha un’altra funzione, per fruirla devi fare parte di un’esperienza fisica. La tv non è il suo mezzo perché l’opera è stata pensata per il Museo e nelle case delle persone, direi per fortuna, non c’è quella sacralità. Anche alcuni documentari bellissimi, con valore artistico indiscutibile, funzionano nei festival e non in televisione. Così come certo cinema. Le nostre case sono piene di distrazioni.

Quindi servono cose più leggere?
Non è una questione di leggerezza, ma di obiettivi. Si possono realizzare contenuti di ogni tipologia, ma l’obiettivo della tv è quello di catturare attenzione ed essere vista. Io non cerco mai soluzioni facili e anzi so che è difficile trasferire arte e cultura in tv, perché l’esperienza estetica è una cosa personale, intima direi. La televisione è un filtro e non dobbiamo far finta che non lo sia. Il segreto sta nell’esserne consapevoli e nell’usare i suoi punti di forza: la bella scrittura, il montaggio dinamico, la comprensibilità, il godimento dell’occhio. Solo così la tv e l’arte possono parlarsi. Solo così il pubblico si ferma e scopre di avere nuove possibilità, di poter vedere grandi capolavori da altezze che non potrebbe raggiungere, di poter cogliere dettagli che a occhio nudo sarebbero sfuggiti.

La missione è quella di avvicinare la gente all’arte?
È solleticare la curiosità ed estendere gli ambiti di interesse. Voglio dire, mi fa piacere sentire che la studentessa di storia dell’arte dopo avere visto un nostro documentario prende un bel voto, però mi piace soprattutto che qualcuno atterri sul nostro canale per vedere il concerto di Eric Clapton e poi rimane per vedere un documentario su Lucian Freud. Il nostro palinsesto è talmente diversificato ed eclettico che si creano connessioni: mi interessa che chi ci viene a vedere lo faccia perché sa che il canale è garanzia di qualità e anche se non fai parte della comunità di appassionati, ti puoi avvicinare. Ecco, se impari a fidarti di noi, forse puoi scoprire che ti interessano cose fino a poco prima impensabili.

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