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Fotografia

Pasionaria fotografa: Tina Modotti a Jesi

Palazzo Bisaccioni ospita una mostra sulla pioniera dell’azione politica e della fotografia

Edward Weston, «Ritratto di Tina Modotti nella casa di Weston a Glendale Glendale, California», 1922. Photo courtesy Galerie Bilderwelt di Reinhard Schult

Jesi (An). Pasionaria dai forti ideali, indipendente, fotografa. Nella mostra su Tina Modotti (1896-1942) che Palazzo Bisaccioni allestisce dal 12 aprile al primo settembre, uno scatto racchiude la consapevolezza formale e l’attenzione al lavoro da parte della friulana trapiantata prima negli Stati Uniti e poi in Messico: «Serbatoio numero 1» del 1927 con un operaio in cima a una scala ispeziona una enorme cisterna. È una delle 60 immagini scelte da Reinhard Schulz dalla sua Galerie Bilderwelt di Berlino per la rassegna «Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria» voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi e ideata da Francesca Macera.

In sei sezioni, la mostra ricapitola l’avventurosa vicenda di una pioniera dell’azione politica e della fotografia. Partendo dalla storia familiare e dall’emigrazione in California, Schulz affronta la breve carriera a Hollywood, che la volle nel ruolo di femme fatale, attraverso ritratti e con la proiezione di «The Tiger’s Coat» del 1920, unico suo film rimasto. Ma alla Modotti il ruolo di diva andava stretto: dal fotografo Edward Weston, con cui si legò e andò in Messico, apprese un’arte che declinò con astratta sensualità («Calle» del 1925) e raffinata architettura compositiva («Mani del burattinaio» del 1929).

Immagini quali l’«Allattamento di un bebè» del 1926 o la fatica degli «Operai dell’edilizia nello stadio» del 1927 attestano il suo sguardo partecipe verso l’umanità, i più poveri e gli oppressi. In Messico lavorò per il giornale «El Machete» del Partito Comunista Messicano, frequentò intellettuali e artisti come David Alfaro Siqueiros, Clemente Orozco, oltre a Diego Rivera e Frida Kahlo ripresi in una foto del 1928 mentre partecipano a una manifestazione del Primo Maggio. Vivendo appieno amori, amicizie, tensioni politiche e lo scontro sanguinoso fra stalinisti e trotskisti che la coinvolgerà direttamente, Schulz vuole documentare una donna che resterà fedele agli ideali comunisti e sceglierà l’attivismo politico fino alla morte, avvenuta nel 1942 a Città del Messico, a detta di alcuni per cause poco chiare.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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