Oriente e Occidente fanno scintille

Chen Zhen ci fa capire con la forza dell’arte quanto il mondo stia cambiando

Chen Zhen, «Jardin-Lavoir», 2000, installation view, Pirelli HangarBicocca © Agostino Osio. Cortesia di Pirelli HangarBicocca e Galleria Continua
Massimo Melotti |  | Milano

Vicente Todolí presenta all’HangarBicocca «Short-circuits», 24 opere e grandi installazioni di Chen Zhen, uno dei maestri che hanno segnato l’incontro tra Occidente e Oriente e che preannuncia le dinamiche della globalizzazione. All’Hangar la mostra di Chen Zhen offre la possibilità unica di confrontare tre momenti di passaggio.

Le grandi opere di Kiefer riflettono sul Novecento. La personale di Trisha Baga ci fa immergere nell’immaginario delle sitcom pop tv e digitali alla ricerca dell’arte di domani. Le installazioni di Chen Zhen entrano nella storia per aver fatto comprendere con tutta la forza dell’arte quanto il mondo stesse cambiando.

La sua esperienza di espatriato diviene incontro tra civiltà diverse e il proprio corpo emblematico medium tra il sé e il divenire cosmologico.  Il processo di svelamento si attua con i «cortocircuiti» che l’artista crea facendo interagire elementi del consumismo occidentale e della tradizione culturale cinese.

«Jue Chang. Dancing Body-Drumming Mind (The Last Song)», (2000), un’installazione composta da sedie e letti ricoperti di pelli, che può essere attivata da danzatori, rimanda alla funzione purificatrice dell’arte. In «Fu Dao/Fu Dao, Upside-down Buddha/Arrival at Good Fortune» (1997), televisori, parti di carrozzeria e ventilatori fanno da contraltare a statuette di Buddha capovolte, sottolineando quanto influisca il consumismo occidentale nello stile di vita e nella spiritualità cinesi.

Il risultato si palesa ulteriormente in «Perseverance of Regeneration» (1999), dove la carcassa di un’automobile viene invasa da macchinine giocattolo. O in «Le produit naturel/Le produit artificiel» (1991) dove il cortocircuito diventa estetico-percettivo: in una grande parete verticale di rose rosse l’idea di bellezza si infrange sull’artificialità del materiale e su due metri cubi di sterco bovino.

In «Daily Incantations» (1996) la contrapposizione tra cultura tradizionale e civiltà dei consumi assurge a livelli più alti liberando gli oggetti che la compongono dal loro significato ontologico. La grande scultura-architettura, formata da 101 vasi da notte tradizionali, si confronta con la civiltà dei consumi simboleggiata da una grande sfera di cavi elettrici e dispositivi elettronici. La grande storia si fonde nell’esperienza individuale: il libretto rosso di Mao con le pratiche igieniche quotidiane.

Il percorso diviene continua sorpresa. «Nightly Imprecation» (1999) fa riferimento alla vita dell’uomo contemporaneo. La prima parte è composta da un letto in legno trasformato in un gioco da luna park dove palle di polistirolo volteggiano nell’aria. All’altra estremità, da un altro letto spuntano aghi di metallo che evocano la pratica dell’agopuntura.

Nella sezione centrale si trova una piramide di vasi da notte tradizionali. Il rumore del lavaggio dei vasi, presente sia in questo lavoro che nel precedente, sottolinea la ciclicità della vita umana. In «Le chemin/Le randeau de l’écriture» (1991) traversine ferroviarie che schiacciano libri e giornali segnano un viaggio tra culture diverse, mentre in «Crystal Gazing» (1999) imponenti elementi scultorei, come una grande goccia, rimandano alla praticità contabile dell’Abaco e alla spiritualità dei rosari buddisti, elementi opposti ma che confluiscono nell’origine misteriosa della vita.

In «Round Table» (1995), realizzata per il Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, 29 sedie fissate su un tavolo rotondo fanno riflettere sulle pratiche del potere. Con «Purification Room» (2000) i cortocircuiti di Chen Zhen portano ad affrontare i grandi temi, quantomai attuali, del rapporto tra uomo e ambiente. Uno strato uniforme di argilla ricopre gli arredi dismessi di una stanza: l’elemento naturale, conferendo un’energia curativa, mette in atto un processo di purificazione.

Processo che trova una sua piena celebrazione nell’ultima sala della mostra dove in «Jardin-Lavoir» (2000) 11 letti ricolmi di oggetti quotidiani come televisori, vestiti usati, libri e giocattoli vengono trasformati in vasche in cui l’acqua che cade su di essi, oltre a una funzione purificatrice, sottolinea il continuo divenire del mondo.

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